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Apple MacBook Pro OLED, la prova: lo schermo conquista e toccarlo è un vantaggio

Apple MacBook Pro OLED, la prova: lo schermo conquista e toccarlo è un vantaggio

Apple porta per la prima volta il touchscreen sul MacBook Pro e lo accompagna con un nuovo pannello Tandem OLED, un design più leggero e i chip M5 Pro e M5 Max. Il risultato è un portatile che conserva l’impostazione classica del Mac, ma aggiunge un nuovo modo di interagire con macOS che, nell’uso quotidiano, si rivela più utile del previsto. Lo abbiamo provato in anteprima per alcuni giorni e vi raccontiamo come va.

12 minuti di lettura

Il 20 ottobre 2010, sul palco dell'evento “Back to the Mac”, Steve Jobs liquidò con poche parole l'idea di mettere un touchscreen su un computer.

Le superfici touch, spiegò, non vogliono stare in verticale: dopo un po' il braccio si affatica e, continuando, sembra quasi che voglia cadere. Jobs la riteneva una soluzione “ergonomicamente terribile”. Apple avrebbe quindi portato il multitouch sul trackpad, dove secondo Jobs aveva molto più senso.

Sono passati poco più di sedici anni e la Mela ha appena fatto esattamente quello che il suo co-fondatore non voleva assolutamente fare.

Il primo MacBook Pro con display touch è qui.

E dopo averlo utilizzato per alcuni giorni possiamo dire che Jobs aveva ragione su una cosa: lavorare per ore con il braccio sollevato verso un display verticale continua a essere poco naturale. Nessuno abbandonerà tastiera e trackpad per tenere costantemente le mani sullo schermo di un notebook.

Jobs aveva però torto nel considerare questo limite insuperabile, o comunque sufficiente per scartare completamente l'idea.

Il touch del nuovo MacBook Pro funziona perché Apple l’ha concepito nel modo più intelligente: non pretende che diventi il modo principale di controllare macOS. John Ternus, nuovo amministratore delegato dell’azienda, ha detto che il Mac rimane prima di tutto una macchina basata sull'input indiretto di tastiera e trackpad, ma ci sono momenti nei quali toccare direttamente ciò che si vede può essere estremamente pratico, e addirittura più comodo.

È esattamente quello che abbiamo sperimentato. Ed è anche quello che in fondo fanno già da tempo alcuni appassionati dei prodotti firmati con la Mela. Molti di loro hanno già costruito da soli qualcosa di molto simile.

Un iPad Pro, oppure persino un iPad mini per chi privilegia leggerezza e mobilità, abbinato a una tastiera è diventato per alcuni un piccolo computer da viaggio. Dal 2020, con la Magic Keyboard dotata di trackpad, la separazione fra interazione diretta e indiretta si è ulteriormente assottigliata.

Quella soluzione ha sempre avuto un limite: iPadOS resta iPadOS. Per molti lavori macOS continua a essere più pratico nella gestione delle finestre, nel passaggio continuo fra applicazioni, nel Finder e nei workflow professionali costruiti negli anni attorno al desktop.

Il nuovo MacBook Pro prova a prendere una parte della naturalezza dell'iPad senza trasformarsi in un iPad. Dopo alcuni giorni con il nuovo computer, l'idea ci ha convinto più di quanto immaginassimo.

Più leggero e più nostalgico

A computer chiuso, il nuovo MacBook Pro potrebbe quasi passare inosservato accanto alla generazione precedente. Apple non ha stravolto il linguaggio estetico della macchina e continua a puntare sul solito blocco di alluminio dalle linee estremamente pulite.

Le differenze diventano evidenti mettendo il nuovo MacBook Pro accanto al precedente, uscito nel marzo 2026.

Sul 14 pollici - il modello che abbiamo avuto in prova - il peso scende a 1,38 kg, circa 220 grammi in meno rispetto alla precedente configurazione comparabile. È una riduzione vicina al 14% e, tra le mani e soprattutto nella borsa, si sente parecchio.

Anche il corpo è leggermente più compatto e lo spessore arriva a 15 mm. Il modello da 16 pollici pesa invece 1,82 kg ed è spesso 16 mm. Apple è riuscita quindi a integrare un pannello touch all'interno di una macchina che diventa contemporaneamente più facile da trasportare.

Sul 16 pollici la riduzione delle cornici ha permesso anche di allargare leggermente il display, che passa a 16,3 pollici. Gli angoli inferiori dello schermo sono ora arrotondati e la cornice nella parte bassa è stata praticamente eliminata.

Il dettaglio che salta agli occhi, sulla nuova macchina, per molti fan dell’azienda di Cupertino sarà un colpo al cuore: è tornata la mela illuminata.

Quando il computer è spento, il logo mantiene l'aspetto lucido e quasi specchiante dei MacBook recenti. Accendendo la macchina torna invece a illuminarsi insieme allo schermo.

Non è certamente un motivo per comprare un portatile da diverse migliaia di euro, ma ci ha riportato immediatamente ai MacBook bianchi e neri degli anni Duemila, alle loro mele luminose sui tavoli dei primi Starbucks europei e a un'epoca nella quale quel logo era diventato un elemento riconoscibile e attraente dell'estetica dei notebook Apple.

Fa strano dirlo, ma questa operazione nostalgia si può descrivere con un altro frutto: è una ciliegia. Quella sulla torta.

La cerniera cambia in meglio

L'arrivo del touchscreen ha imposto ad Apple un intervento profondo, sostiene l’azienda, sulla cerniera che collega la tastiera al display.

Premere ripetutamente un pannello montato su uno snodo troppo morbido rende presto irritante qualsiasi uso fisico del display: lo schermo arretra o oppure oscilla dopo ogni tocco. Sul MacBook Pro che abbiamo provato questo problema è sostanzialmente assente. Anche esercitando una pressione superiore a quella normalmente necessaria, il display rimane fermo. Le uniche oscillazioni che abbiamo registrato riguardano il bordo superiore dello schermo, quando si preme con troppa energia sul bordo superiore, dove si trovano ora e data ma anche le voci di vari menu.

Il precedente MacBook Pro partiva già da una cerniera eccellente, quindi per chi arriva da quella generazione la differenza non sarà sbalorditiva. La maggiore rigidità sul nuovo MacBook Pro con schermo OLED si percepisce soprattutto aprendo il computer, quando serve un po' più di forza. La chiusura rimane invece molto fluida.

Apple ha lavorato anche sulla stabilizzazione della fotocamera durante le videochiamate: se un tocco provoca una piccola oscillazione fisica del pannello, il sistema interviene sul video per evitare che il movimento venga trasmesso in modo evidente all'interlocutore.

La qualità del nuovo schermo si intuisce ancora prima di toccarlo

Il touchscreen catalizza inevitabilmente l'attenzione, perché per Apple è la vera rivoluzione, ma durante la prova il cambiamento che abbiamo apprezzato di più è stato il nuovo pannello Tandem OLED.

Apple lo chiama PROLED XDR Display. Dietro il nome commerciale c'è una struttura OLED a doppio emettitore: ogni pixel produce direttamente luce e colore, mentre i due strati elettroluminescenti permettono di aumentare la luminosità mantenendo sotto controllo consumi e durata del pannello.

Il risultato è notevole.

Il display arriva fino a 2.000 nit di picco e può mantenere 1.000 nit in SDR, mentre all'estremo opposto scende fino a 1 nit per lavorare in ambienti molto bui. Il contrasto dichiarato è di 10.000.000:1 e l'assenza della retroilluminazione permette ai pixel OLED di spegnersi completamente.

Guardando un film la differenza rispetto al precedente Mini LED è immediatamente visibile nelle scene scure. I neri sono realmente neri e accanto a un elemento luminoso non compaiono gli aloni tipici delle zone di local dimming. Anche Netflix, Apple TV o un video YouTube di buona qualità diventano un motivo sufficiente per apprezzare il cambio di tecnologia.

Il beneficio è ancora più evidente sulle fotografie. Il pannello supporta P3 e Adobe RGB e supera l'80% dello spazio Rec. 2020 secondo Apple. Per fotografi e professionisti del colore, la copertura estesa nelle zone del verde e del ciano è più interessante del semplice effetto spettacolare dell'OLED.

Ci siamo trovati molto bene anche nella modifica delle immagini, dove OLED e touch finiscono per lavorare insieme. Aprire una fotografia a tutto schermo, fare pinch-to-zoom e arrivare con le dita fino a un dettaglio molto piccolo restituisce una sensazione più vicina a quella dell'iPhone o dell'iPad. Usando le funzioni di pulizia basate sull'intelligenza artificiale, si può circondare o evidenziare direttamente con un dito l'elemento da rimuovere.

Speravamo però che lo schermo fosse meno incline a collezionare impronte. Dopo un uso intenso i segni ovviamente compaiono, ma va detto che si notano soltanto con lo schermo spento: non è un dramma.

Touchscreen: quando le dita sono davvero migliori

Dopo poche ore di utilizzo del nuovo MacBook Pro abbiamo iniziato a toccare lo schermo senza pensarci. Non sempre, ed è proprio questa la chiave.

Per navigare normalmente sul web continuiamo a preferire il trackpad. È già sotto le mani, ha un puntatore preciso e permette di spostarsi senza sollevare il braccio. Anche cliccare un link raramente ci è sembrato più rapido andando a cercarlo con il dito.

Ci sono invece operazioni nelle quali il rapporto cambia completamente.

Il drag and drop è probabilmente quella che abbiamo utilizzato di più. Con il trackpad bisogna selezionare il file, mantenerlo agganciato premendo la superficie con il pollice e trascinarlo, con un altro dito, fino alla destinazione. Su distanze ampie o fra finestre separate non è sempre un gesto piacevole. Sul display si prende il file con il dito e lo si porta dove serve.

Spostando documenti fra cartelle del Finder o caricando molti file su una piattaforma online, il vantaggio ci è sembrato immediato. La stessa sensazione ritorna quando si manipolano fotografie o oggetti tridimensionali in software come Blender o Maxon: ruotare direttamente un elemento sullo schermo crea un rapporto più fisico con ciò che si sta modificando.

Anche selezionare una porzione dello schermo da catturare è più naturale con il dito.

La selezione del testo, invece, ci ha convinto meno. Con un doppio tap si può selezionare una parola e, tenendo premuto, trascinare la selezione come se il dito fosse un evidenziatore. Il gesto è piacevole e il sistema risponde bene, ma manca un aiuto simile alla lente che compare su iPhone quando si sposta il cursore.

Il dito finisce quindi per coprire proprio le parole sulle quali si sta lavorando. Con il puntatore del mouse o del trackpad sappiamo esattamente dove fermarci. Sul touchscreen, invece, la precisione cala. Ci auguriamo che Apple migliori questo aspetto con un futuro aggiornamento del sistema operativo.

Tornando infine al braccio di cui parlavamo all’inizio: sì, inevitabilmente si stanca.

Steve Jobs non aveva immaginato male quel problema. Dopo un uso prolungato la posizione diventa scomoda e nessuno di noi sceglierebbe di scrivere, navigare o organizzare finestre per un'intera giornata lavorativa tenendo il braccio davanti allo schermo.

Fortunatamente il nuovo MacBook Pro evita il problema perché non chiede di farlo.

Come cambia macOS quando incontra un dito

Apple ha scelto di non trasformare macOS in una gigantesca interfaccia da tablet.

A prima vista macOS 27 conserva proporzioni e struttura abituali, ma quando rileva il dito modifica dinamicamente alcuni elementi.

Nei menu contestuali, per esempio, aumenta la distanza fra le voci se rileva la pressione sul display. Un clic tramite mosue o trackpad, invece, restituisce i menu con voci meno distanziate.

I tre pulsanti colorati delle finestre diventano più grandi quando vengono toccati, rendendo più semplice chiudere, ridimensionare o portare un'applicazione a tutto schermo. È un accorgimento intelligente perché evita di sprecare spazio quando si usa il trackpad e contemporaneamente crea target più grandi quando serve.

Il sistema traduce inoltre gli input touch in comandi compatibili con il puntatore. Anche un'applicazione non sviluppata appositamente per il touchscreen può quindi rispondere alle interazioni di base. Gli sviluppatori hanno poi la possibilità di intervenire sull'interfaccia e immaginiamo che nei prossimi mesi compariranno soluzioni più interessanti, soprattutto nei software professionali.

Sul display funzionano anche diversi gesti familiari del trackpad. Con tre dita si può passare da un'applicazione a tutto schermo all'altra. Uno swipe verso l'alto apre Mission Control, mentre verso il basso richiama App Exposé.

Abbiamo apprezzato particolarmente il gesto di portare il dito sul bordo inferiore e richiamare il Dock. Con il puntatore capita ogni tanto di dover insistere affinché compaia, quando le app come il browser sono a tutto schermo. Con il touch è invece istantaneo.

Il vantaggio rispetto a un iPad con tastiera emerge proprio nella somma di queste possibilità. Restano Finder, le finestre vere di macOS e i software desktop completi, ma occasionalmente si può scegliere la forma di interazione tipica di un tablet.

Niente Apple Pencil, almeno per ora

Una scelta ci ha sorpreso: Apple Pencil non è supportata.

Si può disegnare o scrivere con le dita e si può utilizzare un normale pennino capacitivo, che però viene riconosciuto esattamente come un dito. Non ci sono sensibilità alla pressione o rilevamento dell'inclinazione.

Firmare un documento a mano sul display è quindi possibile, anche se farlo con l'indice non è esattamente l'esperienza che vorremmo da una macchina destinata ai professionisti creativi.

La decisione di escludere la penna smart mantiene, in questo caso, una linea di separazione abbastanza evidente con iPad. Il Mac riceve il touch per rendere più rapide alcune interazioni, mentre il disegno di precisione continua ad appartenere al tablet.

Non sappiamo quanto a lungo resterà così. Un MacBook Pro touch compatibile con Apple Pencil avrebbe applicazioni piuttosto ovvie per illustratori e fotografi.

Dynamic Island arriva anche sul Mac

Sul nuovo MacBook Pro il vecchio notch, piuttosto esteso, lascia il posto per la prima volta alla Dynamic Island a cui è abituato chi utilizza iPhone: occupa una porzione di display sensibilmente ridotta, diciamo la metà rispetto alla tacca del modello precedente, e integra la fotocamera Center Stage da 12 megapixel e il sensore di luce ambientale.

Sul Mac può ospitare Live Activities e controlli multimediali. Qui si spostano anche Spotlight e Siri AI.

Durante la prova abbiamo riprodotto contenuti contemporaneamente da Apple Music, Spotify e YouTube. La Dynamic Island è riuscita a raccoglierli nello stesso spazio e, toccandola, ci ha permesso di passare da una riproduzione all'altra. Sembrava di avere a che fare con un piccolo mixer.

La Dynamic Island acquista ancora più senso grazie al touchscreen. Con il puntatore, spostarsi fino alla parte superiore del display per aprire un piccolo controllo avrebbe un vantaggio piuttosto modesto. Con un dito, invece, la Dynamic Island diventa una sorta di area di comando sempre a portata di mano quando si sta già interagendo con lo schermo.

Non tutto ciò che appare nella Dynamic Island di iPhone viene trasferito automaticamente sul Mac. Il sistema sembra progettato intorno alle attività che hanno realmente senso su un computer.

Oltre il touchscreen, un vero MacBook Pro (anche per l’IA)

Sotto al display OLED ci sono due chip che gli utenti Apple conoscono già: M5 Pro e M5 Max. Il modello touch non utilizza quindi il chip M6 presente in altre configurazioni della gamma MacBook Pro 2026.

M5 Pro arriva fino a una CPU da 18 core e una GPU da 20 core, con un massimo di 64 GB di memoria unificata e 307 GB/s di banda. M5 Max raddoppia la GPU fino a 40 core, porta la memoria a 128 GB e raggiunge 614 GB/s.

Ogni core GPU integra un Neural Accelerator dedicato ai carichi di intelligenza artificiale. È un'architettura che si presta molto bene all'inferenza locale, ed è proprio qui che abbiamo voluto mettere alla prova il computer.

Con LM Studio abbiamo caricato Qwen 32B in versione MLX, un modello open-weight da 32 miliardi di parametri con un peso di circa 17,4 GB. Sul modello in prova, equipaggiato con M5 Pro e 48 GB di memoria unificata, la generazione delle risposte è stata abbastanza rapida, anche se resta percepibile la differenza rispetto all'interrogazione di un modello attraverso il cloud. È stato anche uno dei pochi momenti in cui abbiamo sentito davvero il computer sotto sforzo: il sistema di raffreddamento è entrato in funzione, pur rimanendo molto silenzioso, mentre la tastiera ha iniziato a intiepidirsi leggermente.

Non abbiamo però riscontrato rallentamenti tali da interferire con il normale utilizzo del Mac, né temperature che rendessero spiacevole continuare a lavorare. Anche con il modello attivo abbiamo potuto utilizzare normalmente le altre applicazioni, senza la sensazione di dover dedicare l'intera macchina al carico dell'intelligenza artificiale.

Per chi lavora o studia soprattutto con codice e documenti da analizzare, riassumere o utilizzare come fonti, il vantaggio diventa particolarmente interessante. Soprattutto quando il materiale contiene informazioni sensibili. È uno dei casi in cui l'IA in locale smette di essere una promessa e acquista un'utilità reale. Fino a pochi anni fa, ottenere qualcosa di simile su un portatile avrebbe richiesto compromessi molto più pesanti, se non una workstation dedicata.

Apple dichiara per M5 Pro prestazioni IA di picco fino a quattro volte superiori rispetto a M4 Pro. M5 Max può arrivare a 128 GB di memoria unificata, una quantità particolarmente importante proprio perché CPU e GPU possono attingere allo stesso pool durante l'esecuzione dei modelli.

Il sistema termico è stato riprogettato per il nuovo pannello OLED e per il touch, ma nell'uso che ne abbiamo fatto il risultato più convincente è che ci siamo quasi dimenticati della sua esistenza.

Porte e dotazione sono anche queste Pro

La riduzione di peso non ha comportato sacrifici sulla connettività.

Restano tre porte Thunderbolt 5, HDMI, lettore SDXC, jack da 3,5 mm e MagSafe. Il chip Apple N1 porta Wi-Fi 7 e Bluetooth 6.

Con M5 Pro si possono gestire fino a tre display esterni, mentre M5 Max arriva a quattro.

Apple ha rivisto anche il sistema audio a sei altoparlanti e dichiara bassi più profondi del 50%. Durante film e musica abbiamo trovato la resa ancora una volta superiore a quella della maggior parte dei notebook, con un corpo sorprendente considerando lo spessore della macchina.

L'SSD può arrivare a 4 TB sulle configurazioni M5 Pro e addirittura a 16 TB su M5 Max. Apple indica velocità sequenziali fino a 14,5 GB/s.

OLED e touch non incidono sulla batteria

L'arrivo di un doppio pannello OLED e del layer touch poteva far temere un passo indietro sull'autonomia. Almeno sulla carta, Apple riesce invece a conservare valori da MacBook Pro.

Sul modello da 14 pollici la batteria è da 72,6 Wh e l'autonomia dichiarata arriva a 22 ore di streaming video. Il 16 pollici utilizza una batteria da 99,6 Wh e può raggiungere le 24 ore. Nella navigazione web Apple dichiara fino a 17 ore.

La ricarica rapida porta entrambi i modelli al 50% in circa mezz'ora utilizzando un alimentatore adeguato: almeno 96 W sul 14 pollici e 140 W sul 16.

In definitiva le prestazioni non crollano quando si stacca l'alimentatore. Su una macchina pensata per essere utilizzata in movimento è quello che conta.

Prezzo: il tocco in più si paga

Il nuovo MacBook Pro con display PROLED XDR parte in Italia da 3.399 euro nella versione da 14 pollici con chip M5 Pro, mentre il 16 pollici costa almeno 3.999 euro. Il passaggio al nuovo pannello OLED touch si paga quindi caro: rispetto ai MacBook Pro con M5 Pro e display tradizionale lanciati a marzo, il sovrapprezzo è di 800 euro sul 14 pollici e di 900 euro sul 16 pollici.

La distanza aumenta ulteriormente passando a M5 Max. Il nuovo 14 pollici parte da 5.299 euro, contro i 4.299 euro della precedente versione con display LCD/Mini-LED, mentre il 16 pollici sale a 5.699 euro rispetto ai precedenti 4.599 euro. In questo caso la differenza raggiunge rispettivamente 1.000 e 1.100 euro.

Sono cifre importanti, anche perché i chip M5 Pro e M5 Max non rappresentano un salto generazionale rispetto ai modelli usciti pochi mesi prima. Il sovrapprezzo si concentra quindi soprattutto sul nuovo PROLED XDR, sul touchscreen e sul design più leggero. Tra le configurazioni disponibili, quella con M5 Pro resta secondo noi la più equilibrata, pur partendo ormai da una fascia di prezzo decisamente elevata.

Conclusioni

Sul MacBook Pro “rivoluzionario” il touchscreen non prende il posto di tastiera e trackpad. Entra in gioco quando toccare direttamente qualcosa è più immediato: trascinare un gruppo di file, ruotare un oggetto tridimensionale, ingrandire una fotografia o richiamare rapidamente un controllo. Dopo qualche giorno di utilizzo, questa nuova possibilità diventa piacevolmente una routine quotidiana.

È anche una risposta, arrivata con parecchio ritardo, a un comportamento che gli utenti Apple avevano già inventato da soli. Chi lavora con un iPad e una tastiera da anni conosce bene il piacere di poter alternare trackpad e dita. Ora quella libertà arriva su una macchina dove c'è macOS, con Finder e applicazioni desktop vere, e sotto il display lavora un M5 Pro o un M5 Max capace persino di far girare con disinvoltura un modello locale da 32 miliardi di parametri.

Un pensiero si è insinuato durante la nostra prova.

Il touch avrebbe probabilmente ancora più senso su un MacBook capace di ruotare lo schermo di 360 gradi e trasformarsi, all'occorrenza, in una sorta di tablet macOS. Il modello attuale rimane un classico clamshell e proprio la geometria tradizionale del notebook gli impedisce di eliminare del tutto l'obiezione ergonomica formulata da Jobs nel 2010. Se il MacBook Pro diventasse un 2-in-1, l’ergonomia potrebbe rivelarsi ottimale.

Mettendo da parte progetti utopici, la realtà è che per ora, Apple ha trovato un compromesso molto più convincente di quanto si potesse pensare inizialmente. Il Mac rimane un Mac, una macchina potente e affidabile per chi non vuole pensieri quando lavora, con quella potenza in più che mette al sicuro: come una macchina con i cavalli giusti per un sorpasso rapido in salita ogni volta che serve.

Il trackpad rimane il sistema di input principale. Solo che adesso, quando è più comodo, si può allungare un dito e toccare direttamente ciò che abbiamo davanti, su uno schermo davvero ottimo che rappresenta, in verità, il vero salto in avanti di questo computer portatile.

Dopo averlo usato per qualche giorno, tornare a un Mac sul cui schermo i tocchi non sono ammessi potrebbe sembrare già un po' strano.

Cosa ci è piaciuto

  • Il Tandem OLED PROLED XDR è uno schermo eccellente
  • Il touch in alcune situazioni è davvero utile e ravviva un rapporto fisico con la macchina a cui hanno abituato iPhone e iPad.
  • macOS adatta con intelligenza diversi elementi dell'interfaccia quando rileva le dita.
  • M5 Pro e M5 Max offrono prestazioni soddisfacenti anche con modelli IA eseguiti in locale.
  • La riduzione di peso del 14 pollici, considerando le nuove tecnologie integrate, è sorprendente e si sente.
  • La cerniera è sufficientemente rigida da rendere credibile l'utilizzo touch.
  • Il ritorno della mela illuminata ci ha conquistato.

Cosa non ci è piaciuto

  • L'affaticamento del braccio durante l'uso prolungato è innegabile.
  • La selezione precisa del testo rimane migliore con trackpad o mouse.
  • Apple Pencil non è supportata.
  • Le impronte un po’ troppo evidenti sul display, dopo uso intensivo.
  • Il sovrapprezzo della versione PROLED XDR è importante.