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Bye bye Thatcher! Lo Stato vince e vale un capitale

una sede delle Poste, azienda pubblica assai florida. Getty Images 

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Contro i fallimenti del mercato, l’economista Massimo Florio ripensa l’intervento pubblico in economia.
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Il capitalismo, come gli squali e le relazioni sentimentali nella celebre battuta di Woody Allen, o avanza o muore. Ma c’è una cosa che, negli ultimi cento anni, è avanzata diciotto volte più velocemente del Pil privato. Quella cosa è la spesa pubblica che costituisce ormai circa metà del prodotto nazionale dei Paesi del G7, Italia compresa. Ed è successo in Giappone come in Scandinavia, governasse la sinistra o la destra. È una tendenza strutturale del mondo industrializzato, a quanto pare. Se metà della ricchezza prodotta vi sembra un’enormità, riflettete meglio, invita l’economista Massimo Florio. Che, nel suo originale Il Capitale contro lo Stato (Feltrinelli, 352 pagine, 27 euro), auspica addirittura un Leviatano più robusto e più incardinato nelle comunità, in cui le aziende pubbliche producano più utili di quanto già non avvenga, da socializzare meglio a vantaggio di tutti. Che, nell’era del Trump II e del dipartimento per l’efficientamento dello Stato, il famigerato Doge affid…

Il capitalismo, come gli squali e le relazioni sentimentali nella celebre battuta di Woody Allen, o avanza o muore. Ma c’è una cosa che, negli ultimi cento anni, è avanzata diciotto volte più velocemente del Pil privato. Quella cosa è la spesa pubblica che costituisce ormai circa metà del prodotto nazionale dei Paesi del G7, Italia compresa. Ed è successo in Giappone come in Scandinavia, governasse la sinistra o la destra. È una tendenza strutturale del mondo industrializzato, a quanto pare. Se metà della ricchezza prodotta vi sembra un’enormità, riflettete meglio, invita l’economista Massimo Florio. Che, nel suo originale Il Capitale contro lo Stato (Feltrinelli, 352 pagine, 27 euro), auspica addirittura un Leviatano più robusto e più incardinato nelle comunità, in cui le aziende pubbliche producano più utili di quanto già non avvenga, da socializzare meglio a vantaggio di tutti. Che, nell’era del Trump II e del dipartimento per l’efficientamento dello Stato, il famigerato Doge affidato per un attimo a Elon Musk, è un’idea decisamente rivoluzionaria.

Partiamo da questo sorpasso della spesa pubblica sul Pil privato: com’è avvenuto?

«Ai tempi in cui Marx e Engels scrivono Il manifesto la spesa pubblica è lo zero virgola del Pil. Che diventa qualche punto quando viene stampato il terzo volume del Capitale. Ora l’Italia supera il 50, con Francia e Finlandia sopra il 56, ma anche gli Stati Uniti oltrepassano il 37. Le principali voci di questa crescita sono state previdenza e sanità, in Paesi che invecchiano, e istruzione. Settori che, soprattutto in America – dove pure godono di molti più sussidi pubblici di quanto ci piace credere –, testimoniano anche il fallimento del mercato. E dove la sanità è, contemporaneamente, una delle più care e inefficienti del mondo a causa di un enorme numero di intermediari che fa lievitare il conto finale».

Scrive, contro un’ampia vulgata, che anche il neoliberismo avrebbe perso la battaglia contro lo Stato: ci spiega meglio?

«All’inizio dell’era Thatcher la spesa pubblica era intorno al 45 per cento e lì è rimasta alla fine del suo mandato, pur peggiorando i servizi con ampie e inefficienti privatizzazioni. Lo stesso è accaduto nel pre e post Reagan, al 33 per cento. Quindi non è il caso di dare per morto lo Stato sociale che ha resistito anche all’ideologia che più di ogni altra voleva sbarazzarsene. Riprova ne sia che Musk voleva sforbiciarlo addirittura di 2 trilioni di dollari, facendo tornare il budget ai livelli degli anni 60. Ma non c’è riuscito».

Lei dice che il superamento è avvenuto anche perché il capitalismo ha rallentato…

«E di parecchio. Dopo la Seconda guerra mondiale crescevamo a tassi doppi o tripli rispetto a quelli attuali. Per il prossimo decennio l’Ocse immagina, per i membri del G7, un più 1,5 per cento. Che però dovrà vedersela con un aumento della spesa pubblica tra i 5 e 10 punti di Pil, pari in Italia a 100/200 miliardi di euro, che serviranno a fronteggiare invecchiamento della popolazione, cambiamento climatico e corsa al riarmo. In questo scenario, se anche riuscissimo a ricavare un punto di Pil tassando gli ultraricchi, senz’altro una cosa equa da fare e con cui abbassare le tasse al ceto medio che si butta a destra perché lamenta una pressione fiscale eccessiva, non basterebbe. Bisogna trovare altre risorse».

Propone di passare da uno Stato solo esattore a uno anche produttore: in pratica?

«Intanto ricordo che delle 500 maggiori aziende al mondo 126 sono controllate dallo Stato. E, a dispetto delle leggende, danno rendimenti medi del 6 per cento, poco inferiori al 7,6 delle private. Per restare da noi Eni, Enel, Leonardo e Poste – che ha utili di oltre 3 miliardi su un giro d’affari di 13 – generano circa il 6,5 per cento del valore aggiunto nazionale nell’industria e nei servizi, contribuendo al bilancio pubblico. Nonostante molte di queste aziende siano partecipate da fondi privati stranieri, come Blackrock, che intercettano buona parte di quei dividendi. Che lieviterebbero se lo Stato ne rilevasse le quote. Esplicitando, come non ha mai fatto sin qui, la loro missione pubblica. E puntando a un management di primissima qualità, non influenzato dalla politica. Basterebbe guardare all’esempio della Norvegia che, col fondo sovrano alimentato dalle sue risorse fossili, sostiene tutto il bilancio dello Stato».

Sento già la contraerea social: questo Florio vuole gonfiare il carrozzone statale…

«I numeri dicono che quella cinese è l’economia cresciuta di più in questi decenni, grazie al capitalismo di Stato. Ma, contro un’operazione tecnocratica come quella, io invoco un’intelligenza sociale. Ovvero riannodare il dialogo tra comunità e realtà economiche. Un ospedale è fatto da medici, Tac ma anche pazienti e territorio. Quando il sindaco di Isernia ci si accampa davanti per difendere il pronto soccorso e mobilita settemila persone sta facendo intelligenza sociale. Se avessimo mille vertenze così, che alleano amministratori e cittadini, darebbero alla politica tutto un altro senso». Che forse riporterebbe a votare moltitudini di astenuti. Nel libro l’emerito di scienza delle finanze dell’Università di Milano fa quindici esempi di imprese a missione pubblica che potrebbero sfidare gli oligopoli privati, dai satelliti alla logistica. La circostanza che sin qui nessuno li abbia scalfiti significa solo che bisogna tentare ancora, tentare meglio. Per racimolare quei punti di Pil che ci serviranno per preservare, in una società che invecchia, quel che resta della nostra civiltà. Questo libro è pieno di buoni spunti.

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