LOS ANGELES. Molti conoscono Guillermo del Toro per i suoi film tra macabro e fantastico, dal Labirinto del fauno a La forma dell’acqua, premiato con quattro Oscar, ma pochi sanno che il regista messicano è uno dei più grandi collezionisti di Hollywood. La sua celeberrima “Bleak House Collection” è costituita da migliaia di creature macabre, disegni, dipinti, fumetti, libri e memorabilia cinematografici stipati in ben due case e mezzo a Santa Monica che ormai da anni fungono da musei, biblioteche e spazi di lavoro.
Lì il cineasta dà libero sfogo alla sua immaginazione, circondato da pareti rosso sangue, sotto una testa gigante di Frankenstein che lo guarda benevolo dall’alto. Ma ora tutto questo cambierà perché il regista ha deciso di mettere in vendita tutta la sua collezione, anche se ci vorrà del tempo: il 26 settembre è stata la data di inizio della prima tranche dell’asta (organizzata da Heritage Auctions in tre parti, la seconda è prevista nel 2026). «Questa volta fa male, ma la prossima mi farà sanguinare», confessa quando lo incontriamo subito dopo la conferenza stampa del suo nuovo film, un adattamento di Frankenstein con Jacob Elordi nei panni del Mostro, in uscita il 7 novembre su Netflix.
Ma perché liberarsi di tanti preziosi cimeli radunati in anni di ricerche instancabili? La decisione è arrivata dopo gli incendi che hanno devastato Los Angeles all’inizio di quest’anno, quando, mentre molti fuggivano pensando solo a cercare riparo, lui faceva avanti e indietro dalle sue case, determinato a salvare la collezione. «Se ami qualcuno, devi anche accettare la separazione, e questo è il mio modo di pianificare il futuro per una famiglia che mi accompagna fin da quando ero bambino», spiega.
È evidente che il collezionismo è una sua grande passione. Come è iniziato tutto quanto?
«Ho cominciato, come tutti i bambini, a conservare fumetti e giocattoli, e poi libri. Ho ancora alcuni dei miei comics originali, perché, come è capitato a molti aspiranti collezionisti, ho visto con orrore mia madre buttarli nella spazzatura. Questo ha dato il via alla fase di preservazione, che credo sia una tappa fondamentale. In pratica inizi a venerare oggetti che apparentemente non hanno valore per nessun altro tranne che per te. Nel corso dei decenni però scopri che queste cose sono interessanti per un gruppo più ampio di persone, ed è allora che secondo me si diventa dei veri e propri collezionisti. Quello che ritengo però fondamentale è il desiderio di conservare pezzi di cultura, pagine di storia utili per le generazioni future. Lo voglio dire a tutti i maniaci come me: anche se pensate di sì, i pezzi che possedete non sono vostri. Tutto ciò che avete ammassato è già appartenuto a qualcun altro in un determinato momento».
E quindi?
«Quindi siate magnanimi, riconoscenti e consapevoli dell’amore che nutrite per i vostri oggetti. Perché anche se adesso sono vostri, tra qualche anno o decennio qualcun altro li comprerà dalla vostra famiglia, dai vostri eredi o chi per loro. Questa nozione deve avere un’importanza basilare per ogni collezionista. Prendi me per esempio: in pratica è come se stessi custodendo tavole di John Kirby, H.R. Giger, Richard Corben, Bernie Wrightson, cimeli che per me sono reperti storici di storia audiovisiva dell’umanità».
Insomma, si vede non solo come un collezionista ma come una sorta di “Caronte”, un traghettatore di civiltà?
«Mi piace il riferimento dantesco. Sì, anche traghettatore perché, anche se può sembrare folle, penso che molti grandi dipinti del passato, dal Medioevo al Rinascimento, fossero concepiti originariamente come opere “usa e getta”, commissionate in un dato momento storico da persone che possedevano denaro e potere, come i rappresentanti della Chiesa o i regnanti, e che le facevano realizzare principalmente per commemorare eventi, lignaggi, se stessi, il loro potere. Erano l’equivalente di un selfie, ma molto più costoso. Anche queste opere, senza un collezionista, una persona che le ha conservate con cura, non sarebbero mai giunte a noi, attraversando secoli di storia».
Sono decenni che accumula oggetti. Come ha fatto a preservarli e a gestire l’aspetto logistico della collezione?
«Beh, ovviamente per quanto riguarda le case, ho persone che mi aiutano. Ma della collezione mi occupo solo io: spolvero, passo l’aspirapolvere, pulisco tutto con prodotti speciali, porto le foto e i dipinti dal corniciaio e vado a ritirarli. Sono sempre io a mettere tutti i libri sugli scaffali e a decidere in quale ordine. Posiziono gli oggetti uno accanto all’altro, come se stessi creando un catalogo di forme audio, video e tridimensionali allo stesso tempo. Un archivio che mi risulta incredibilmente utile quando poi lavoro ai miei film o alle sceneggiature. Se per esempio ho bisogno di creare una statuetta o devo reimmaginare un robot, o magari esaminare il bozzetto per una pistola-fucile come quella di Hellboy, mi ispiro al passato, uso la collezione per capire come altri artigiani e artisti hanno realizzato quel determinato giunto, perché hanno usato un particolare tessuto. In questo modo trovo una soluzione creativa ai miei problemi, attingendo al genio e alla competenza di altre persone che hanno fatto grande il cinema prima di me».
Perché è importante occuparsi personalmente di tutto questo, invece di coinvolgere altre persone?
«Oltre al fatto di sapere precisamente tutto quello che possiedo e dove si trova esattamente, è anche una questione di fiducia. Mi spiego: una volta, stavo attraversando il soggiorno e ho visto la persona che doveva aiutarmi a pulire trattare un dipinto a olio con il Vetril: mi è quasi venuto un infarto! L’idea che un disegno di Giger o una tavola originale di Kirby possa rovinarsi così mi fa stare male. Tu capisci che vita d’inferno? Noi collezionisti viviamo un’esistenza davvero maniacale e isolata. È un po’ come occuparsi di animali molto rari: li curi con tutto l’amore che hai e cerchi di farli vivere in habitat dove sai che potranno sopravvivere».
E adesso come farà a separarsene?
«Prima era molto più facile gestire tutto quanto, ma, dopo aver rischiato di perdere tutto nell’incendio di Thousand Oaks, ho cominciato a cercare una soluzione per fare sopravvivere la mia collezione, anche senza di me. È stato terribile: le fiamme sono arrivate a 100-200 metri dalla porta d’ingresso e trasferire l’intera raccolta è stata un’impresa improba. Non voglio che accada mai più».
Ha già venduto qualcosa?
«Sì, il dipinto dell’artista svizzero H.R.Giger per The Tourist ha raggiunto i 325 mila dollari; il modello in argilla dell’Uomo Anfibio di La forma dell’acqua è stato venduto per 6.250 dollari mentre il trench di Ron Pearlman in Hellboy ne ha fatti 50 mila».
E quanti soldi ha fatto in tutto finora?
«Abbiamo venduto oggetti per un totale di 1 milione e 650 mila dollari, ma il denaro è il mio ultimo pensiero. L’unica cosa che conta è che tutta questa arte non vada perduta e possa meravigliare anche gli uomini e le donne del futuro».