Questa è più di una canzone: è una pièce, un'opera, un thriller. Ogni volta che l'ascolto, provo le stesse emozioni, con la medesima tensione e, sul finale - quando Jenny, spietata, pronuncia la condanna a morte (right now!) dell'intera comunità che l'ha umiliata - la suspense che mi paralizza: muoiono tutti sotto il tiro dei cannoni della fregata nera; ogni edificio raso al suolo, tranne il lurido hotel che Jenny ha ramazzato e strofinato per una vita.
Che privilegio deve essere stato assistere alla serie di concerti di Nina Simone, nelle primavere del 1963-1964, quando la papessa del soul paralizzò la platea della Carnegie Hall con quella versione di Pirate Jenny (dall'Opera da tre soldi di Bertolt Brecht e Kurt Weill, capolavoro del teatro espressionista tedesco tra le due guerre che trionfò a Broadway con l'indimenticabile Lotte Lenya; due grandiosi allestimenti di Giorgio Strehler del 1956 e del 1973, con Tino Carraro e Milly il primo, Milva e Domenico Modugno il secondo).
Per la verità, il personaggio raccontato da Nina poco assomiglia alla Jenny delle Spelonche di Milly e Milva, men che meno alla Pirate Jenny lasciata da Lotte Lenya a imperitura memoria. Come testimonia il repertorio dell'album In Concert (il primo di sette capolavori incisi per la Philips), Nina iniziava nel 1964 a impegnarsi anima e corpo nella lotta per i diritti civili: amareggiata, delusa, arrabbiata, agguerrita - in quello stesso concerto cantò per la prima volta Mississippi Goddam, scritta dopo l'attentato a Birmingham, Alabama, in cui avevano perso la vita quattro ragazzine afroamericane.
Picchiando sul pianoforte come un'ossessa, la voce stentorea, minacciosa e carica di risentimento, Nina trasloca Jenny nel profondo Sud, ma senza alterare l'ambiente in cui Brecht aveva immerso la sua eroina, quello dei diseredati e dei potenti corrotti - in questo caso con una esplosiva connotazione razziale.
Sul Venerdì del 24 febbraio 2023