Il Venerdì

Seconda generazione a chi?

Da sinistra Amir Issaa, rapper, Djarah Kan, scrittrice, e Sabika Shah Povia, giornalista: tre volti dell’Italia di oggi fotografati per il Venerdì nel quartiere di Torpignattara a Roma. foto di Luigi Narici / Agf
Da sinistra Amir Issaa, rapper, Djarah Kan, scrittrice,
e Sabika Shah Povia, giornalista: tre volti dell’Italia di oggi fotografati per il Venerdì nel quartiere di Torpignattara a Roma. foto di Luigi Narici / Agf 
Non sopportano più di essere identificati per le loro origini o che di “loro” si parli soltanto per fatti di cronaca nera. A cena con un rapper, una scrittrice e una giornalista. di origine...
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ROMA. Metti una sera a cena con un rapper, una scrittrice e una giornalista in una trattoria romana nel cuore di Torpignattara, ex periferia degradata diventata ormai quartiere in piena gentrificazione: sul tavolo due piatti di gricia, alici fritte, verdure alla scapece e burrata. "Quella la assaggio prima io: dalle parti mie ne capiamo. Voi non lo sapete, ma la mia vera aspirazione è fare da giudice a un concorso di mozzarelle", dice ridendo la scrittrice. "Sulla gricia però fidati di me", ribatte il rapper. La salutista del gruppo intanto affonda la forchetta nelle zucchine, mentre tutto intorno gli schiamazzi di un addio al celibato in romanaccio doc si sommano a quelli delle comitive e delle coppie a cena.

I protagonisti di questa storia si chiamano Amir Issaa, rapper, Djarah Kan, attivista e scrittrice e Sabika Shah Povia, giornalista e videomaker. L'appuntamento è per portare avanti un discorso iniziato al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia: l'Italia, quella loro. Che sta nelle strade, nelle scuole e nei ristoranti, ma sui giornali finisce solo con fatti come le violenze di Peschiera del Garda o la scomparsa di Saman Abbas,  diciottenne pachistana uccisa nell'aprile 2021 a Novellara (Reggio Emilia).  

"La narrazione in questo Paese non cambia mai: detesto la morbosità con cui certi episodi sono trattati. Da anni, le stesse parole, gli stessi argomenti" sbotta Amir Issaa, che ha 43 anni, è nato a Roma da mamma italiana e papà egiziano e su immigrati, figli di immigrati e origini riflette e rappa da più di vent'anni. "Sono stufo: prima di tutto dell'espressione "seconde generazioni". Siamo parte di un'Italia fatta sempre più da ragazzi che hanno genitori stranieri. E siamo stanchi di essere raccontati sempre come "figli di..": valutiamo quanto è brava Djarah a scrivere, Sabika a produrre un servizio tv o io a cantare. Perché questo facciamo, indipendentemente da quanto sia scura la nostra pelle o dall'esotismo dei nostri nomi".

Molto post

Mentre il musicista parla, Djarah Kan continua l'esame della burrata: 28 anni, nata a Castel Volturno da mamma ghanese, nei suoi profili social si racconta come una "nera del Sud". Si è fatta conoscere con un blog, Latte Riot, ed è diventata in poco tempo una delle voci emergenti della "generazione post": quella che la questione delle radici e dell'identità la affronta in maniera del tutto diversa rispetto a fratelli e sorelle maggiori, mettendola dentro un discorso più ampio. Nel suo caso il corpo, il femminismo, il patriarcato e la coscienza di sé rafforzata da movimenti come Black Lives Matter. Qualche mese fa, su Facebook, ha pubblicato un post visto e condiviso da migliaia di persone, in cui analizzava la presenza sul palco di Sanremo di Lorena Cesarini, nata a Dakar e cresciuta a Roma, chiamata da Amadeus a rappresentare l'Italia plurale. Pur difendendo l'attrice, Djarah Kan criticava la serata: "Non risolveremo i nostri problemi di discriminazione e sfruttamento tenendoci per mano e abbracciandoci. Non condivido nemmeno il dieci per cento della visione del razzismo in Italia emersa al festival. Lavoriamo affinché le lacrime dei neri italiani non siano più necessarie a giustificare la nostra presenza né a Sanremo né altrove" ha scritto. "Non mi piacciono le figurine" spiega ora, "e Lorena Cesarini in quel caso è stata scelta come figurina. Nulla contro di lei: mi ha toccato il cuore, ho pianto con lei. Ma non mi è piaciuto chi l'ha invitata a parlare solo in quanto nera: l'ho letto come un tentativo complessivo di assoluzione di un Paese. Io voglio essere una scrittrice, non una testimonial. Racconto le cose perché sono intelligente, non perché sono nera. Non può essere una questione di corpi neri che parlano: deve essere una questione di teste".

La musica ribelle

Amir Issaa annuisce: la sua storia personale è la rappresentazione vivente del passaggio che Kan descrive. "Rapper G2", lo chiamavano all'inizio, quando gli chiedevano se preferisse la pizza o il cous cous: oggi è lui a spiegare l'Italia agli studenti delle università americane che vengono a studiare il Paese di oggi e che usano (anche) le sue canzoni e i suoi libri come testi. "C'è un mondo lì fuori che guarda solo alla musica. Ghali, Mahmood, un'intera generazione di rapper che solo fino a qualche anno fa avrebbero etichettato come hanno fatto con me. E che oggi non sentono l'esigenza di parlare sempre di origini: ma solo di musica. I  media e la politica sono fermi da anni al discorso G2, cittadinanza, ius soli o ius scholae, ma il mondo si è evoluto".

Sabika Shah Povia li ascolta assorta. Nata a Roma 35 anni fa da genitori pachistani, come giornalista gode di un osservatorio privilegiato, personale e professionale: lavora in televisione (una delle poche reporter di origini straniere) e dunque vede da dentro la nascita e l'evoluzione di un certo tipo di narrazione. "La televisione in Italia non riflette il Paese reale" spiega, "quello che manca è il racconto dell'ordinarietà del pluralismo che vivono le nostre strade, le scuole. È totalmente assente nei racconti mediatici, che si concentrano invece sugli episodi di razzismo o di cronaca nera. Allora veniamo interpellati. Nel mio caso, se sono in una trasmissione di destra sono quella di parte per via del mio aspetto. Se è di sinistra, sono quella esperta: ma sempre per via del mio aspetto. Mi chiedo: mi ascolteranno mai per quello che ho da dire?".

Domanda difficile, per i commensali e non solo. Perché se ognuno di loro ha trovato, grazie alla musica o alla scrittura, il modo di farsi ascoltare, non è così per migliaia di ragazzi. Con il rischio che ciò che si ha da dire invece che nelle parole, si trasformi in fatti violenti. Come quelli dei giorni scorsi, appunto: "Inutile nascondersi, c'è tanta violenza e tanta rabbia nel mondo dei figli degli immigrati. Basta guardare alla musica che ascoltano per capirlo, a fenomeni come quello del rapper BabyGang e dei suoi testi violenti. Ma forse dobbiamo chiederci da dove viene: magari dai quartieri ghetto in cui vivono, dalle scuole professionali in cui sono la maggioranza, dalle etichette che si sentono cucite addosso fin dall'infanzia".

Libri, film e tiramisù

E allora? "Allora è tempo che la politica faccia i conti con qualcosa che continua a raccontare come novità ma che invece è realtà. Con quell'Italia plurale che nessun governo  ha avuto il coraggio di guardare in faccia", risponde Renata Pepicelli, professoressa del dipartimento di Forme e Civiltà del sapere dell'Università di Pisa. "Prima, chi voleva capire qualcosa di questo tema doveva leggere i libri degli esperti. Adesso ci sono le voci dei protagonisti: nei film, nei libri, ovunque. Continuare a trattarli come "l'altro" non ci porterà lontano".
La cena volge al termine: tiramisù e limoncello. Alle nostre spalle, una signora in abiti di foggia asiatica spinge un passeggino con un neonato e tiene per mano un bambino che protesta mischiando espressioni in bengali a parole in italiano. L'Italia, quella vera.

Sul Venerdì del 17 giugno 2022