Se i giurati del Nobel tenessero conto della modestia e del candore di un autore, e soprattutto dei libri venduti, Toshikazu Kawaguchi sarebbe un candidato pressoché imbattibile. A ogni occasione questo giapponese di 51 anni (ma, almeno via Zoom, ne dimostra una ventina di meno) ci tiene a manifestare il suo stupore per il successo planetario che ha accolto la sua "trilogia del caffè": più di un milione di copie in patria, un film, Café Funiculi Funicula (senza accento), un'ottima accoglienza negli Stati Uniti, una casa di produzione hollywoodiana che ha comprato i diritti per una serie tv.
Nata da uno spettacolo teatrale, la serie ha al centro un piccolo locale a conduzione familiare seminascosto tra i vicoli di Tokyo (e il suo omologo sull'isola di Hokkaido) dove accadono quotidiani miracoli: se ci si siede su una certa sedia e si ordina un caffè si può viaggiare nel tempo. La magia però è sottoposta a rigide regole: il viaggio dura solo finché il caffè è caldo; bisogna finirlo tutto, altrimenti non si può più tornare indietro; e soprattutto qualunque cosa si faccia, il presente non cambierà di una virgola. A che pro, dunque, viaggiare? C'è la ragazza che ha visto partire per l'America l'uomo che frequentava e vuole tornare indietro per dichiarargli il suo amore. C'è l'uomo che ha cresciuto come se fosse sua la figlia di un amico morto, e vuole chiedergli aiuto per svelarle la verità. C'è la donna gravemente malata - e qui il lettore, e soprattutto la lettrice, sobbalzano un po' - che sa di non poter sopravvivere a un parto ma sceglie di non abortire, e vuole andare nel futuro solo per vedere il volto di sua figlia.
Così il viaggio nel tempo, più che un'avventura fantascientifica, si rivela un percorso di autoconsapevolezza che molti hanno associato a una certa spiritualità orientale: un'occasione per chiedere scusa, per salutare i cari defunti o perduti, per elaborare i torti inflitti o subìti e andare avanti nella propria vita. Kawaguchi racconta con uno stile piano e puntiglioso (di quasi tutti i personaggi conosciamo età, abbigliamento, curriculum scolastico e professionale), non teme le ripetizioni (a ogni bevuta di caffè sentiamo rielencare il set di norme che regolamenta il viaggio), non si perde in riflessioni metafisiche ma si concentra su sentimenti e pensieri dei personaggi senza lasciare spazio a sottintesi o ambiguità.
E a quanto pare gli italiani lo adorano. Uscito nel marzo 2020, un giorno prima che scattasse il lockdown, il primo romanzo della serie, Finché il caffè è caldo, si è fatto strada a colpi di passaparola online e consigli delle librerie indipendenti, fino a contendere a Cambiare l'acqua ai fiori di Valérie Perrin il titolo di longseller della pandemia: due anni e 41 ristampe dopo, è ancora nella top 20 della narrativa straniera. "Si vede che ha intercettato un bisogno di evasione, di conforto, diffuso tra i lettori chiusi in casa" racconta Elisabetta Migliavada, direttrice della narrativa dell'editore Garzanti, "oltre a una certa fascinazione degli italiani per il Giappone, che traspare anche dal successo dei manga".
A stretto giro sono usciti anche gli altri due titoli, Basta un caffè per essere felici e Il primo caffè della giornata, che complessivamente hanno venduto da noi almeno 500 mila copie. Oltre a ispirare un nutrito filone di "libri che donano la serenità", su cui si sono buttati tutti gli editori: in libreria è facile riconoscerli dalle copertine in colori pastello, con disegni di gatti o cani di piccola taglia, composizioni floreali, tazze fumanti.
Incontriamo Kawaguchi in videochiamata mentre si prepara a visitare per la prima volta il Paese che tanto lo apprezza: sarà al Salone del Libro di Torino domenica 22 e farà un mini-tour nelle librerie del Nord. "Non vedo l'ora" ci dice, "da autore teatrale mi sedevo in fondo alla platea e potevo osservare gli spettatori solo di schiena, da romanziere non potevo conoscere la reazione dei lettori, ora finalmente potrò guardare in faccia il mio pubblico".
Si è chiesto il perché del suo successo in Italia?
"Non ne ho davvero idea. Cerco sempre di affrontare temi universali: i sentimenti, i legami affettivi e familiari. Il mio motto è: scrivi come se dovessero capirti sia i lettori di 30 anni fa sia quelli che ti leggeranno fra 30 anni. Ma non avrei mai pensato che sarei finito a parlare del mio romanzo con un italiano. Mai, neppure lontanamente".
Eppure lei ha chiamato il suo caffè come una canzone italiana, Funiculì Funiculà.
"Sì, ma l'ho scelta appunto perché è universale, da noi la conoscono tutti (in Giappone è una canzoncina per bambini che parla delle "mutande del diavolo", ndr)".
Ha detto che vorrebbe salire sul Vesuvio come la funicolare della canzone: ora che viene in Italia ci andrà?
(ride) "Mi sono informato, dal Nord, dove sarò, ci vogliono nove ore di viaggio, temo di non farcela. Ma voglio vedere tanti altri bei posti".
Forse un altro possibile legame tra il suo mondo e l'Italia è il caffè che lei ha scelto come bevanda "magica". Noi pensiamo sempre che i giapponesi bevano il tè...
"In realtà l'idea mi è venuta proprio mentre prendevo un caffè in un locale. Quando penso a qualcosa da scrivere parto sempre dal titolo: mi sono accorto che la frase "Finché il caffè è caldo" in giapponese ha un ritmo che ricorda quello degli haiku, una sequenza di cinque e sette sillabe. Così ho pensato: che cosa può succedere nel tempo limitato prima che il caffè si raffreddi? E mi è venuta l'idea del viaggio nel tempo".
Si è ispirato alla fantascienza classica o a qualche elemento della cultura popolare giapponese?
"Sicuramente mi ha ispirato la saga di Ritorno al futuro. E poi i fumetti e i cartoni animati di Doraemon, il gatto magico che viaggia nel tempo: da bambino li adoravo".
Anche lei ha provato a scrivere manga...
"Sì, da ragazzo, ma non sopportavo la solitudine. Il teatro mi era più congeniale. Poi la mia editrice ha visto per caso la pièce, mi ha convinto a trasformarla in un romanzo, ed eccomi qua".
E tra gli scrittori giapponesi a chi si sente più vicino?
"Amo molto Shinjuro Tobe e la sua serie di dieci romanzi su Hattori Hanzo, il ninja del XVI secolo (inedita in Italia, ndr). Fino a vent'anni non leggevo molto, poi l'ho scoperto e mi ha conquistato. Prima di iniziare a scrivere ricopio sempre una sua pagina per ispirarmi".
Qual è un momento del suo passato a cui vorrebbe tornare?
"Vorrei reincontrare mio padre, che è morto a 38 anni quando ero in seconda elementare. Ha sofferto molto al pensiero di lasciarci soli: vorrei dirgli che ce la siamo cavata, e che anzi suo figlio è apprezzato in tutto il mondo".
Non le viene mai voglia di scrivere qualcosa di meno rasserenante, un giallo, un horror?
"Sono solo sette anni che scrivo romanzi, mi sento ancora immaturo, devo affinare la tecnica. Ma sì, potrebbe essere interessante. Se la mia editrice me lo permetterà (ride)".
Intanto, però, il quarto romanzo della serie del caffè è uscito in Giappone e arriverà in Italia a inizio 2023. E lei sta scrivendo il quinto...
"Avevo avuto un periodo di blocco totale, più di un anno senza scrivere una riga. Poi è arrivata la pandemia, con le notizie strazianti dall'Italia: tanti lutti, tante persone che perdevano i propri cari senza poter dire loro addio. E ho saputo che i lettori, in Italia come qui in Giappone, traevano conforto dai miei libri. Così ho pensato che avevo ancora qualche storia da raccontare, qualche filo lasciato in sospeso nei primi tre libri, e infatti il quarto in giapponese si intitola proprio Prima di poter dire addio (ancora cinque e sette sillabe, ndr). Vede, la regola essenziale dei miei viaggi nel tempo è che non servono a cambiare il passato o il futuro, ma a liberarsi da un peso e fare un passo avanti nel presente, qualunque esso sia. E finché posso aiutare la gente ad andare avanti, continuerò a scrivere".
Siamo proprio sicuri che sia modestia, quella di Toshikazu Kawaguchi?
(ha collaborato per la traduzione Motoko Tanaka)
Sul Venerdì del 13 maggio 2022