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L’intervista

Interspecie, il romanzo che immagina un mondo in cui tutti si capiscono. E se fosse un problema?

Interspecie, il romanzo che immagina un mondo in cui tutti si capiscono. E se fosse un problema?

Alessandro Fusacchia attraversa secoli di storia, intelligenze artificiali, lingue dimenticate e nuove forme di vita per raccontare la più antica ossessione dell'umanità, capire l'altro. Ne abbiamo parlato con l’autore

6 minuti di lettura

Una donna sbarca sulle coste italiane e parla una lingua che non esiste. Non è un dialetto sconosciuto, non appartiene a una popolazione dimenticata e non compare in nessun archivio. L'ha inventata per sottrarsi a chi pretende di identificarla. Di fronte a lei c'è Nina, una ragazza capace di comprendere qualsiasi lingua del mondo. Eppure, per la prima volta, non capisce.

È un cortocircuito in un momento storico nel quale la tecnologia promette di abbattere ogni barriera linguistica, ma qualcuno scopre che l'incomprensibilità può essere l'ultima forma di libertà.

Da questa contraddizione prende corpo uno degli interrogativi più interessanti di Interspecie, il romanzo di Alessandro Fusacchia pubblicato da Edizioni Tlon: e se il vero progresso non consistesse nel riuscire a tradurre tutto, ma nell'imparare a rispettare ciò che non può, o non vuole, essere tradotto?

Il lettore viene trascinato in un viaggio imprevedibile. Si ritrova nel Seicento, davanti a un papa ossessionato dalla possibilità di riprodurre il miracolo di San Francesco che parla con il lupo. Poi assiste alle discussioni degli scienziati che, durante la Guerra fredda, cercano di immaginare come comunicare con civiltà extraterrestri. Incontra bambini che riportano in vita lingue morte, robot che rivendicano un'identità e macchine capaci di presentarsi alle elezioni promettendo qualcosa che nessun politico umano può garantire, non mentire.

E si finisce per considerare seriamente una domanda che fino a ieri sarebbe sembrata fantascienza. Affideremmo il governo delle nostre società a un'intelligenza artificiale se fosse capace di prendere decisioni migliori delle nostre?

Fusacchia non costruisce il consueto scenario apocalittico in cui le macchine diventano cattive e l'umanità deve difendersi. Il suo esperimento letterario è più sottile, immagina che le intelligenze artificiali diventino talmente competenti, persuasive e onnipresenti da costringerci a ridefinire ciò che rende desiderabile essere umani.

Se una macchina può conoscere tutto, ricordare tutto, parlare qualsiasi lingua e trovare soluzioni più efficaci delle nostre, quale valore resta all'esperienza individuale? Quale alla possibilità di sbagliare, all'intuizione irragionevole e, ancora prima, quale alla decisione di dire la verità quando sarebbe possibile mentire?

La risposta che attraversa il romanzo è sorprendente e istilla il dubbio che, forse, la nostra imperfezione non è un difetto tecnologico in attesa di essere corretto, ma una condizione indispensabile della libertà.

C'è poi un'altra questione, meno appariscente e forse ancora più politica. Le lingue non sono semplici strumenti per trasmettere informazioni, sono sistemi attraverso i quali organizziamo il mondo, tramandiamo memorie, esercitiamo il potere e decidiamo chi appartiene a una comunità e chi ne resta escluso.

Un traduttore universale potrebbe rappresentare la più grande conquista democratica della storia ma, sull’altro piatto della bilancia, potrebbe anche diventare uno strumento formidabile di classificazione, assimilazione e controllo. Se tutte le parole diventano accessibili, chi decide quali lingue meritano di sopravvivere? E che cosa accade quando una lingua dominante finisce per cancellare le altre?

Il romanzo affronta questi interrogativi senza trasformarli in un trattato. Li dissemina nelle esistenze dei personaggi, nei loro spostamenti, nelle fughe, nei tentativi di costruire comunità e nelle conseguenze imprevedibili delle invenzioni tecnologiche.

A emergere è anche il tema del superamento dell'antropocentrismo. Perché continuiamo a considerare l'intelligenza umana come l'unica misura possibile dell'intelligenza? Che cosa accadrebbe se fossimo noi la specie incapace di comprendere le altre? Gli animali, le piante, gli extraterrestri e persino le macchine diventano così interlocutori potenziali di una conversazione che l'umanità ha troppo a lungo condotto soltanto con sé stessa.

Interspecie mette in discussione il nostro rapporto con la conoscenza proprio mentre viviamo nell'epoca della sua apparente disponibilità illimitata.

Abbiamo costruito sistemi capaci di conservare e rielaborare enormi quantità di informazioni. Stiamo trasformando biblioteche, archivi, immagini, lingue e perfino esperienze personali in dati interrogabili. Ma conoscere ogni documento disponibile equivale davvero a conoscere il mondo? E ciò che non è stato registrato, digitalizzato o classificato smette per questo di esistere?

In queste pagine, un manoscritto dimenticato può diventare più importante di un immenso archivio digitale, un dettaglio casuale può cambiare una storia e una testimonianza incerta può aprire possibilità che nessun calcolo avrebbe previsto.

Anche la struttura narrativa riflette questa idea. Fusacchia mescola ricostruzione storica e invenzione, riferimenti scientifici e speculazioni, autobiografia e futuro immaginato. I confini tra documento e finzione diventano volutamente porosi, costringendo chi legge a interrogarsi non soltanto su ciò che viene raccontato, ma su come si costruisce ciò che consideriamo vero.

Non è una lettura convenzionale, perché le digressioni storiche e filosofiche chiedono attenzione e talvolta rallentano il ritmo narrativo. Alcuni personaggi sembrano esistere soprattutto per dare corpo alle idee ma, a ben vedere, è anche questa libertà rispetto alle forme più prevedibili del romanzo contemporaneo a rendere Interspecie interessante, perché non cerca di accompagnare il lettore lungo una strada già tracciata, preferisce aprire sentieri e lasciare che sia lui a scoprire dove conducono.

A tenere insieme tutto c’è l’immagine ricorrente del confine. Il confine tra due lingue, tra umano e animale, il confine tra natura e artificio, tra passato e futuro, tra ciò che sappiamo e ciò che possiamo soltanto immaginare.

Soprattutto, aleggia un sospetto che continua a crescere pagina dopo pagina e che trova radici nel nostro desiderio di comprendere ogni cosa annientando ogni forma di mistero e di non spiegato, ossia proprio ciò che rende il mondo degno di essere esplorato.

Interspecie è un romanzo per chi ama la fantascienza delle idee, ma anche per chi cerca nella letteratura qualcosa che la tecnologia non riesce a offrire, il piacere di trovarsi davanti a una domanda senza una risposta immediata.

Perché, forse, il futuro non appartiene a chi saprà spiegare tutto. Appartiene a chi continuerà ad avere il coraggio di incontrare qualcosa che non capisce.

Dentro a Interspecie

Con Alessandro Fusacchia approfondiamo i temi emergenti del libro edito da Tlon, senza svelare troppo e lasciando al lettore il compito di scandagliare oltre.

Quanto c'è di autobiografico in Interspecie?

«La traccia, perché è più una traccia che una trama, ha a che fare coi miei ultimi anni alle prese con le traduzioni e l’IA, in cui stiamo progressivamente assistendo al mito di un traduttore universale - con cui chiunque possa capire e farsi capire nella propria lingua - che si fa realtà. Di autobiografico c’è anche una delle ambientazioni principali, la valle ‘al centro d’Italia’, a qualche decina di chilometri da Roma, dove San Francesco visse e realizzò il primo presepe della storia, e dove nel Seicento Papa Urbano VIII diede vita a un esperimento assurdo per riuscire a parlare con gli animali. A custode dell’esperimento mise un nobile dell’epoca, che fece erigere una piccola chiesa che a metà del Novecento sarebbe diventata di proprietà di mio nonno.

Il punto però è un altro: in Interspecie c’è l’invenzione della propria biografia, quella passata e quella futura, ma non nella classica forma dell’autofiction. Piuttosto, in una sua variante in cui i generi si mescolano: e allora il romanzo viene usato per testimoniare fatti veri, mentre quando arrivano le parti più saggistiche (e quindi tradizionalmente più credibili) si ha il dubbio che le fonti non siano poi così attendibili».

Il robot che si candida promette di governare meglio degli uomini. Chi decide che cosa significa “meglio”, e per chi?

«Chi si candida a governare deve sempre farsi carico di più interessi legittimi tra loro confliggenti. Ma è pur vero che la parola ‘partito’ viene da ‘parte’, e ci si candida per sostenere alcuni prima di altri. Nel romanzo immagino un robot che in un futuro prossimo corre per essere eletto presidente dell’Unione Europea. Siamo tra l’utopia di un’Europa che è riuscita a invertire il corso della sua storia recente ed è più unita di oggi, e la distopia di un’Europa che finisce in mano alle macchine, avverando un’illusione (nel senso proprio di gioco di prestigio) secondo cui il governo sarebbe solo un esercizio di efficientamento dei desideri e della macchina amministrativa che serve per esaudirli. Nel romanzo questa illusione prende la forma di un robot che ha una conoscenza dettagliata di ogni singola persona che si trova ad ascoltare il suo comizio: ne conosce i bisogni personali, la storia familiare, la vita sociale. Grazie a questo, può validamente far credere a chiunque che saprà dargli tutto ciò che desidera. Come se ciò che ci fa stare bene sia sempre così codificabile, ancora prima che esaudibile».

Nel libro si immaginano robot capricciosi. Quale ordine sarebbe disposto a sentirsi rifiutare dal suo?

«Quell’ordine che assomigliasse a un capriccio o fosse la palese conseguenza di una mia pigrizia. Ricordiamoci che ogni macchina consuma energia, e che di conseguenza ogni ordine ha un costo».

Nella nota finale garantisce che nessuna frase è stata scritta con l’IA. Perché al lettore dovrebbe importare, se un libro riesce a emozionarlo?

«Difficile possa esserci emozione senza vissuto. Ogni storia, anche la più fantasiosa, nasce da un’esperienza che abbiamo distillato fino a farne l’unica possibile perché solamente nostra. Non è confondibile con una delle mille versioni plausibili che ci restituisce una macchina come esercizio di stile.

Interspecie è costruito proprio attorno a questa domanda: “che cosa posso scrivere io che non potrà mai scrivere un algoritmo?”. Mi interessa meno sapere se la macchina arriverà a produrre testi capaci di generare genuina lacrimazione nel lettore, e più che cosa solo un umano resterà, anche in futuro, capace di creare. Che poi è la domanda: qual è il nostro spazio sacro? Qual è la nostra riserva cosmica?».

Nel romanzo il narratore continua a parlare dopo il proprio funerale. Le fa più paura un mondo senza esseri umani o un mondo che continua senza di lei?

«Il primo, direi. Dai primissimi anni del ’900 c’è stata una crescente quantità di letteratura che ci ha fatto vedere come sarebbe ‘il mondo senza di noi’. La nube purpurea di M.P. Schiel o La peste scarlatta di Jack London sono capolavori che ho scoperto durante i mesi del lockdown e a cui ho molto attinto per scrivere Interspecie. Il problema che vedo con questi scenari di estinzione della nostra specie è che non ci sarebbe più nessuno a ‘pensarci’ - nel senso di ‘pensare a noi’ - proprio quando sappiamo che la vita e la morte non sono una questione di battito cardiaco, ma di pensiero di chi resta e ci sopravvive. Potrà ‘pensarci’ qualcun altro? Non posso escluderlo. Ma mi pare che da un po’ di tempo le divinità abbiano smesso di incarnarsi, e che gli algoritmi non siano ancora particolarmente equipaggiati per provare nostalgia».