Pochi giorni dopo la nomina a Commendatore delle Arti, la più alta onorificenza dello Stato Francese, e in attesa del nuovo Faust fatto, non detto che debutterà al festival Romaeuropa il 15, il regista Romeo Castellucci è in tournèe con uno dei suoi progetti installativi che, come gli haiku nella poesia, hanno la forza dei suoi spettacoli maggiori ma con una concisione e concentrazione espressiva davvero sorprendente. E’ il caso dell’ultima Credere alle maschere, che dopo la Triennale di Milano e Transart di Bolzano, il 6 e 7 apre il Festival delle Colline a Torino alla Fondazione Merz , poi il 23 e 24 sarà a Potenza per il festival delle 100 Scale.
Prima di entrare a ogni spettatore viene data una maschera di quelle plastificate da carnevale, ognuna con una fisionomia diversa, volti maschili, femminili, con il naso pronunciato e non. Viene chiesto di indossarla per tutta la durata della performance a cui si assiste seduti nei tre lati del perimetro di uno spazio quadrato, dove nessun…
Pochi giorni dopo la nomina a Commendatore delle Arti, la più alta onorificenza dello Stato Francese, e in attesa del nuovo Faust fatto, non detto che debutterà al festival Romaeuropa il 15, il regista Romeo Castellucci è in tournèe con uno dei suoi progetti installativi che, come gli haiku nella poesia, hanno la forza dei suoi spettacoli maggiori ma con una concisione e concentrazione espressiva davvero sorprendente. E’ il caso dell’ultima Credere alle maschere, che dopo la Triennale di Milano e Transart di Bolzano, il 6 e 7 apre il Festival delle Colline a Torino alla Fondazione Merz , poi il 23 e 24 sarà a Potenza per il festival delle 100 Scale.
Prima di entrare a ogni spettatore viene data una maschera di quelle plastificate da carnevale, ognuna con una fisionomia diversa, volti maschili, femminili, con il naso pronunciato e non. Viene chiesto di indossarla per tutta la durata della performance a cui si assiste seduti nei tre lati del perimetro di uno spazio quadrato, dove nessuno riconoscerà più chi ha accanto, ritrovandoci come in una riunione di sconosciuti, tutti con l’algida espressione della maschera. Poi, davanti a una bianca parete sullo sfondo, due servitori di scena portano e riportano via, oggetti diversi e ogni volta sulla parete compare un nome che non corrisponde mai all’oggetto mostrato: un vaso viene chiamato pipa, una volpe impagliata letto.
A un certo punto arriva una cassa da amplificatore e risuona solenne la musica di Wagner… fino a quando viene presentata una finta sedia elettrica dove alcuni perfomer confusi nel pubblico si siedono e fingono di essere ‘fritti’ dalle scosse elettriche in una inquietante sequenza, dalle sensazioni inequivocabili. Il tema della perdita di identità, con oggetti che non hanno più il loro nome, e uomini e donne che non hanno più le loro facce , induce a un disorientamento, a un senso di spersonalizzazione che gli attimi di violenza rendono più dolorosi e fortemente evocativi di richiami del presente.
Ma alla fine, quella distorsione percettiva delle maschere, quel depotenziamento del concetto di identità in cui ci ritroviamo, lì senza alcun trucco, né artificio, ci lascia la scomoda sensazione di essere immersi nel mondo dell’equivoco. E non solo per la durata della performance.