Addio Françoise Hardy, la voce dolce e sottile che incantò gli anni 60
di Gino CastaldoC’è modo e modo di costruire l’identità generazionale. A noi ragazzini degli anni Sessanta, bombardati da proclami altisonanti e clamorosi come il balbettio dirompente degli Who di My generation, tra Dylan che ci mandava il vangelo del nuovo mondo e i Beatles che immaginavano nuovi mondi, ci servivano anche sussurri gentili, e quella voce sottile e quasi timida di Françoise Hardy che cantava “Tous les garçons et les filles de mon âge…” aprì un varco sentimentale, perché con parole semplici cantava qualcosa che ci sembrava di enorme importanza, usava il “noi” che era la chiave di tutto, racchiudeva la sensazione di essere non degli individui isolati, ma dei ragazzi che crescendo stavano diventando un esercito di cambiamento.
Parole semplici sì, perfino ingenue, candide, ma essenziali, perché non solo “tutti i ragazzi e le ragazze della mia età passeggiano per la strada a due a due” ma ancora più …
C’è modo e modo di costruire l’identità generazionale. A noi ragazzini degli anni Sessanta, bombardati da proclami altisonanti e clamorosi come il balbettio dirompente degli Who di My generation, tra Dylan che ci mandava il vangelo del nuovo mondo e i Beatles che immaginavano nuovi mondi, ci servivano anche sussurri gentili, e quella voce sottile e quasi timida di Françoise Hardy che cantava “Tous les garçons et les filles de mon âge…” aprì un varco sentimentale, perché con parole semplici cantava qualcosa che ci sembrava di enorme importanza, usava il “noi” che era la chiave di tutto, racchiudeva la sensazione di essere non degli individui isolati, ma dei ragazzi che crescendo stavano diventando un esercito di cambiamento.
Parole semplici sì, perfino ingenue, candide, ma essenziali, perché non solo “tutti i ragazzi e le ragazze della mia età passeggiano per la strada a due a due” ma ancora più importante era il seguito: “tutti i ragazzi e le ragazze della mia età sanno bene cosa vuol dire essere felici”. Era appena il 1962, lei aveva solo 18 anni, gli anni Sessanta stavano appena nascendo, e a dirla tutta Dylan non era ancora arrivato, non era successo ancora niente e lei dolcemente ci invitava tutti a prenderci per mano, come se dovessimo prendere la rincorsa per qualcosa che stava per succedere.
Françoise Hardy era un marchio di eleganza, un volto attraente e modernissimo, incarnava un nuovo modello di bellezza femminile di cui non avevamo ancora una percezione esatta, ma si intravedeva nei volti asciutti di Jean Shrimpton e Twiggy, da quel momento diventò sinonimo di stile e ha mantenuto questo profilo per tutta la sua vita, all’inizio continuando a cantare di ye-ye e adolescenza poi allargando i suoi orizzonti a contenuti più impegnativi e spigolosi.
Vale la pena andarsi a rivedere la sua apparizione al Festival di Sanremo del 1966. Presentava una canzone tutt’altro che indimenticabile intitolata Parlami di te, anche decisamente antica nella forma, eppure lei riesce a mantenere intatta la sua personalità, risulta moderna anche cantando qualcosa che di moderno aveva poco, pulita, sobria, composta, senza enfasi, una figura destinata ad attirare stilisti, e in fin dei conti a essere il primo esempio di una modalità di canto femminile che attraversando il tempo arriva fino a Carla Bruni, un canto delicato, mai forzato, senza vibrato, piuttosto una carezza che però all’alba dei tempi riuscì a incantarci.