I perfezionisti sfoglieranno le pagine dei manuali infinite volte, i procrastinatori faranno indigestione di nozioni quando mancheranno ormai poche ore all'esame, mentre l'ansia potrebbe mandare all'aria i programmi di studio dei più apprensivi. La Maturità può essere per i ragazzi un rito di passaggio critico, ma ai loro genitori è riservato un compito (quasi) altrettanto arduo: come aiutare i figli senza rischiare di essergli, piuttosto, d’intralcio? «Per prima cosa - consiglia Lucia Montesi, psicologa specializzata in psicoterapia sistemico-relazionale - cercando di non replicare gli atteggiamenti controproducenti più comuni».
Quali sono?
«L’ipercontrollo e la minaccia: verificare troppo spesso se il maturando sta studiando abbastanza, ricordargli di continuo che l’esame si avvicina, minacciare di negargli delle ricompense in caso di voto basso. L’unico effetto che si otterrà sarà di apparire opprimenti e perdere fiducia. Ma anche l’atteggiamento opposto può risultare ansiogeno».
Ovvero?
«Ai ragazzi che hanno un buon profitto può venire naturale dire: "Sono certo che andrà benissimo. Da te ci aspettiamo il massimo”. Ma dare il successo per scontato aumenta il senso di responsabilità e la paura di deludere».
E come incoraggiare i più insicuri?
«Ognuno di loro possiede dei punti di forza: può essere l’impegno costante durante tutto l’anno, la capacità di improvvisare, la creatività, la riflessività. Spesso i ragazzi non sono consapevoli delle risorse che hanno, al genitore sta il compito di evidenziarle e supportarle».
È possibile eliminare del tutto l'ansia?
«Normalizzarla è il modo migliore per gestirla e viverla con meno disagio. Non bisogna scacciare i pensieri negativi come fossero pericolosi, altrimenti la mente li ripropone con maggiore insistenza. Ma in alcuni casi può essere necessario relativizzare l’importanza della prova».
In che modo?
«Trasmettendo il messaggio che l’esito non è completamente controllabile, perché dipende da troppe variabili, e soprattutto non è determinante: un risultato inferiore alle aspettative ha un valore circoscritto, non definisce la persona».
Capita che siano i genitori stessi ad alimentare questi timori.
«Molti proiettano sui figli paure e insicurezze legate alla propria storia personale, scolastica e lavorativa. Può accadere che gli adulti vivano l’esame dei ragazzi come un banco di prova della loro capacità o come un’occasione per mettersi a confronto con altri genitori, sperimentando orgoglio e fierezza o, al contrario, vergogna e umiliazione».
Come evitarlo?
«Il primo passo è rendersene conto. Consapevolezza non scontata e, anzi, spesso assente. Il genitore dovrebbe chiedersi: “È un pericolo reale o solo una mia ansia? Riguarda mio figlio o me?”».
È giusto aiutarli nello studio?
«L’ideale sarebbe una presenza discreta. Si può chiedere a loro stessi come e se vogliono essere aiutati, magari proponendosi di ascoltarli mentre ripetono o aiutandoli programmare una scaletta dei temi da ripassare. È utile suggerirgli di studiare in gruppo: in quel modo possono confrontarsi, ma anche condividere ansie e momenti di svago».
Alcuni procrastinano fino agli ultimi giorni, poi si cimentano in concentratissime maratone di studio.
«Bisognerebbe, però, incoraggiarli a prendersi delle pause e adeguati periodi di riposo, che favoriscono la memorizzazione. E poi non dovrebbero rinunciare a uscite, sport e divertimento, che aiutano a ricaricare la mente e sfogare la tensione. Attenzione particolare andrebbe data anche all’alimentazione: pasti salutari, ma invitanti».