Per decenni il mantra del benessere, sia fisico che mentale, è stato quello di fare “10.000 passi al giorno”. Ora però la scienza si ricrede e indica come obiettivo un numero di passi di molto inferiore per proteggere la nostra salute dall’attacco di malattie legate all'età, compreso l’Alzheimer. L’ultimo studio sull’argomento è stato condotto da un gruppo di ricercatori dell'Università di Melbourne, in Australia, e del Mass General Brigham, negli Usa. I risultati sono stati appena pubblicati sulla rivista Nature Medicine.
Attività fisica modesta
Il lavoro, durato 14 anni, ha concluso che basta superare di poco la soglia dei 5.000 passi al giorno per beneficiare di un rallentamento significativo dell’accumulo di proteina tau e del conseguente declino cognitivo nelle persone che si trovano nella fase preclinica dell’Alzheimer.
“Le conclusioni dello studio sono molto rilevanti perché ci dicono che anche una modesta attività fisica ha un impatto significativo sulla riduzione della progressione dell’accumulo delle proteine legate all’Alzheimer”, commenta Matteo Pardini, ricercatore in Neurologia dell’Università di Genova che svolge attività clinica nell’ambito delle malattie neurologiche al Policlinico San Martino di Genova, nonché uno degli 800 scienziati italiani del mega-programma di ricerca sul cervello MNESYS.
Lo studio
L’inattività fisica è da tempo riconosciuta come un fattore di rischio per l’Alzheimer, ma il meccanismo esatto e la “dose” di esercizio efficace sono sempre rimasti avvolti nel mistero o comunque confinati all'universo delle ipotesi. I ricercatori, analizzando i dati di 294 anziani cognitivamente sani partecipanti all'Harvard Aging Brain Study, hanno utilizzato contapassi e sofisticate tecniche di imaging PET per monitorare sia la proteina amiloide che la proteina tau nel cervello. Mentre l’amiloide è spesso vista come la causa scatenante dell’Alzheimer, i ricercatori hanno scoperto che l’attività fisica non incideva sui livelli di questa proteina, bensì sulla sua “socia”: la proteina tau.
L’accumulo di grovigli di proteina tau è direttamente collegato alla distruzione dei neuroni e al declino cognitivo. La scoperta chiave è che una maggiore attività fisica è correlata a un più lento declino cognitivo proprio grazie al rallentamento dell'accumulo di tau. “Lo studio quindi dimostra come l’attività fisica abbia un impatto significativo non solo sulla salute vascolare, cosa ben nota, ma anche sulla salute cerebrale”, sottolinea Pardini.
Obiettivi
Lo studio, dunque, definisce chiaramente una soglia di protezione incredibilmente accessibile. Tra i 5.001 e 7.500 passi al giorno tendono a stabilizzarsi sia l’accumulo di tau che le capacità cognitive. Buonissime notizie anche per i più sedentari: un'attività fisica ancora più modesta, tra i 3.001 e i 5.000 passi al giorno, è comunque associata a un notevole rallentamento del declino cognitivo e dell'accumulo di tau. Questo è un risultato potentissimo. Per molti anziani, l’idea dei 10.000 passi può sembrare scoraggiante. Un obiettivo di 5.000, o anche solo 4.000 passi, è un traguardo realistico che può invogliare anche le persone più sedentarie a muoversi.
“Quindi, interventi mirati a colpire la fascia più inattiva della popolazione, cioè coloro che fanno meno di 5.000 passi al giorno, possono avere un maggior impatto”, sottolinea Pardini. “Questo significa anche che il miglioramento della salute cerebrale è massimo per chi è inattivo e via via l’effetto incrementale si riduce”, aggiunge.
Numero d’oro
Questa scoperta sull’Alzheimer non fa che rafforzare un concetto più ampio sulla salute: camminare allunga la vita. Studi indipendenti hanno già dimostrato che non serve una maratona quotidiana per ottenere benefici sistemici. Un’altra ricerca pubblicata qualche anno fa sull’European Journal of Preventive Cardiology, ad esempio, ha evidenziato come bastino appena 4.000 passi al giorno per iniziare a ridurre significativamente il rischio di mortalità per tutte le cause, ben meno della metà di quanto raccomandato storicamente. I 5.000 passi quotidiani emergono quindi come un “numero d’oro”: non solo migliorano la salute cardiovascolare e metabolica generale, ma offrono anche un’azione protettiva mirata sul cervello, aiutando a contrastare la patologia tau e preservare la funzione cognitiva.