Modigliana (Forlì-Cesena)
Silvestro Lega. La causa della patria, la causa dell’arte (fino al 13 dicembre) affronta il nodo che tiene insieme vita e poetica di un artista travolto dal Risorgimento. Il bicentenario di Lega (1826-1895) è l’occasione per illustrare sogni e disillusioni di un’intera generazione. A cura di Gianfranco Brunelli ed Elisabetta Matteucci, la mostra nella Pinacoteca Comunale della nativa Modigliana segnala un comune denominatore tra puristi, romantici e macchiaioli.
L’itinerario muove da un autoritratto di Luigi Mussini (1855), insegnante di Lega fino al 1848. Mussini trasmetteva agli studenti la convinzione che l’arte avesse bisogno della luce della libertà. Era un’idea winckelmanniana che Jacques-Louis David aveva trasformato in un’arma politica e che Charles Blanc, fratello del rivoluzionario Louis, introdusse nel sistema accademico francese. L’equazione tra libertà politica, onestà formale e virtù civica aveva la forza di una constatazione: l’Atene di Pericle, la Firenze repubblicana e l’Olanda ribelle erano indissolubilmente connesse a Fidia, Michelangelo e Rembrandt.
L’Europa era in fiamme, Lega e Mussini combatterono assieme, volontari. Negli anni Cinquanta il modiglianese rafforzò l’impegno politico, frequentando anche Felice Orsini, il patriota che avrebbe attentato a Napoleone III (1858). Mazziniano, visse la Seconda guerra d’indipendenza con entusiasmo, sentimento tradito dall’armistizio di Villafranca (1859). Si riapriva allora la ferita inferta dal Trattato di Campoformio (1797). Deluso, Lega si concesse un’oasi di quiete, la passione politica ardeva, ma con un «calore di fiamma lontana». Nel periodo compreso tra la spedizione dei Mille e la presa di Roma, l’artista si ritirò alle porte di Firenze, nel borgo di Piagentina realizzò le tele più note. A quel periodo appartiene Silvestro Lega che dipinge sugli scogli (1866) di Giovanni Fattori, la tavoletta testimonia l’affettuosa condivisione di un metodo fatto di solitudine e rigore. Icona dell’esposizione, La curiosità (1866) risente del fascino per il Quattrocento toscano.
Modigliana è Romagna toscana, amministrativamente vincolata a Firenze fino al 1923, e quando Lega guardava a Beato Angelico, o a Piero della Francesca, sentiva di riconnettersi alle proprie radici. La prospettiva fa sì che la “macchia” non ceda alla dissoluzione e sia piuttosto strumento per esaltare una luce tersa, equivalente di trasparenza morale. La dignità sobria dei gesti quotidiani è interpretata come via per una rigenerazione autentica della nazione. Firenze era divenuta capitale del Regno, ma Piagentina rimaneva lontana dai palazzi del potere e dalle commissioni pubbliche.
Nel 1872 il pittore andò a trovare Mazzini agonizzante sotto falso nome, un nome inglese. Lo Stato non aveva il coraggio di arrestare l’uomo al quale si apprestava a dedicare piazze e monumenti. Lega fece degli schizzi dai quali derivò Studio di testa per gli ultimi momenti di Giuseppe Mazzini (1873). La morte è presentata come un fatto intimo, un evento che assume il peso di una tragedia civile proprio per essere sommesso.
Silvestro Lega, Ritratto di Garibaldi (1861)
Il piccolo dipinto è parte della collezione permanente, come i ritratti di Garibaldi (1861) e di Don Giovanni Verità (1885), il prete di Modigliana che aveva nascosto il Generale dopo la morte di Anita, mentre era braccato dagli austriaci. Poste una accanto all’altra, queste tre tele descrivono gli eroi del Risorgimento senza retorica e persino con malinconia. Una distanza dalla propaganda che si percepisce anche nella luminosità attonita di L’alt dei granatieri toscani a Calcinatello (1860) di Telemaco Signorini o nell’attesa di In vedetta (1874) di Fattori. Negli ultimi anni, nel livornese, Lega si concentrò su volti contadini, soprattutto donne caratterizzate da una dignità che lo confortava: La scellerata (1893) è quasi un testamento.
Il pittore morì nel 1895 a Firenze, dimenticato. Nel primo centenario della nascita il corpo fu traslato a Modigliana. In vita fieramente ateo, Lega fu seppellito vicino all’amico Don Giovanni Verità. Ci si avvide in quell’occasione che la salma aveva scarpe spaiate, quel segno di dura miseria era prova e ricompensa di un’esistenza dedicata alla patria e all’arte.