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Lo scrittore Julio Llamazares sulle orme di Don Chisciotte

Lo scrittore e poeta spagnolo Julio Llamazares

 

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Per il suo ultimo libro ha ripercorso oggi il viaggio dell’hidalgo. Lungo cinquemila chilometri reali. Quelli immaginari, invece, sono infiniti. Qui ce lo racconta
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Sono duemila i chilometri che Don Chisciotte percorre a cavallo di Ronzinante dalla Mancia a Barcellona, partendo per tre volte dal suo villaggio e muovendosi lungo un migliaio di pagine. Una rotta dove, se ci si dovesse affidare a un tripadvisor letterario, non possono mancare tappe assolute come Consuegra, la terra dei mulini a vento, il Toboso, che oggi ospita persino una casa museo dedicata a Dulcinea, o la Grotta di Montesinos. Chi ha letto Cervantes sa perché. Lo scrittore Julio Llamazares si è messo in auto per intraprendere quello stesso itinerario, rinnovando una tradizione.

Nel 1905, l’aveva già fatto, in treno e poi su un carro, il romanziere Azorín, sollecitato da José Ortega Munilla, direttore di El Imparcial, e padre di Ortega y Gasset. Un secolo dopo, il risu…

Sono duemila i chilometri che Don Chisciotte percorre a cavallo di Ronzinante dalla Mancia a Barcellona, partendo per tre volte dal suo villaggio e muovendosi lungo un migliaio di pagine. Una rotta dove, se ci si dovesse affidare a un tripadvisor letterario, non possono mancare tappe assolute come Consuegra, la terra dei mulini a vento, il Toboso, che oggi ospita persino una casa museo dedicata a Dulcinea, o la Grotta di Montesinos. Chi ha letto Cervantes sa perché. Lo scrittore Julio Llamazares si è messo in auto per intraprendere quello stesso itinerario, rinnovando una tradizione.

Nel 1905, l’aveva già fatto, in treno e poi su un carro, il romanziere Azorín, sollecitato da José Ortega Munilla, direttore di El Imparcial, e padre di Ortega y Gasset. Un secolo dopo, il risultato sono 30 cronache già apparse su El País e adesso raccolte nel libro Il viaggio di Don Chisciotte, tradotto da Paolo Collo per il Saggiatore. «Il viaggio di Don Chisciotte non finisce mai, né si sa dove realmente conduca – precisa però Llamazares – Innumerevoli ed eterne sono state le discussioni che su di lui hanno tenuto i cervantisti, alcuni sostenendo che Chisciotte sia stato qui o là, e altri il contrario, senza che nessuno di loro abbia del tutto ragione. Il fatto è che Cervantes nel suo romanzo non offre una geografia reale, ma quello che il mio amico Pedro García Martín, storico e collezionista di oggetti legati al Chisciotte (sottobicchieri, poster, figurine, francobolli, fascette di sigari), chiama “geopoetica”, cioè una rappresentazione della geografia mediata dalla letteratura».

Llamazares, ma c’è un luogo del suo viaggio dove ha ritrovato davvero lo spirito del Don Chisciotte di Cervantes?

«In molti. Lo spirito di Don Chisciotte è ormai impresso nell’anima della Spagna e non si percepisce solo in quelle regioni specifiche – La Mancia, Aragona, Catalogna – in cui Cervantes ambientò il suo romanzo, ma in tutto il Paese. Il Don Chisciotte e la Spagna sono ormai inseparabili come Pulcinella o Pinocchio e l’Italia».

È vero che sopravvivono ancora dodici dei mulini a vento contro cui il Cavaliere dalla Triste Figura alias Don Chisciotte combatté?

«Be’, sembra che siano proprio quelli, intendo quelli di Campo de Criptana, gli stessi a cui Cervantes si ispirò. Ma in tutta la Mancia ce ne sono molti altri. E, come la figura di Don Chisciotte, sono ormai diventati simboli stessi del paesaggio spagnolo».

Nel suo libro, lei racconta di essere arrivato anche alla Grotta di Montesinos, dove Don Chisciotte ha una visione che è una sorta di parodia di quella di Ulisse nell’Ade… però non è entrato.

«Quando sono arrivato era chiusa da una grata. Si apre solo in orari specifici per le visite e io l’ho raggiunta troppo tardi; stava calando il buio e non c’era nessuno nei pressi della grotta. Ma forse è stato meglio così. Entrare con un gruppo di turisti avrebbe spezzato l’incantesimo. Meglio immaginarla dall’esterno, mentre leggevo la descrizione di Cervantes. Diciamolo, l’immaginazione spesso è meglio della realtà».

A proposito di immaginazione, il Don Chisciotte di Cervantes segnò la fine delle grandi narrazioni cavalleresche. L’inizio del disincanto. La sua fu un’epoca di transizione. Vede qualche parallelismo con quella che stiamo vivendo?

«Tutte le epoche presentano parallelismi, alcune più di altre, è vero. E tutte sono di transizione da un’epoca all’altra. I miti letterari, e il Don Chisciotte è uno di questi, non fanno altro che sottolineare quella condizione dell’umanità sempre in crisi, sempre in mutamento e in passaggio da un mondo all’altro».

Molti ignorano o non sottolineano abbastanza come nel Don Chisciotte non ci siano solo uomini, ma compaiano donne libere come Marcela: una giovane e ricca ereditiera che sceglie di vivere libera nel bosco. Oppure Dorotea e Lucinda…

«Il Don Chisciotte, come tutti i libri fondamentali della nostra storia – e qui citerei l’Iliade e l’Odissea, la Bibbia, la Divina Commedia di Dante, il Decamerone di Boccaccio o le tragedie di William Shakespeare – offre molteplici letture. Non si finisce mai di leggere quei libri. Perché? Perché sono la memoria della storia e del tempo in cui sono stati scritti, ma anticipano anche ciò che verrà. In questo senso, il Chisciotte è un archetipo storico, ma anche una visione del futuro. Cervantes immaginava già nel XVI e XVII secolo il mondo che sarebbe venuto, era un visionario».

Nel corso delle sue avventure, Don Chisciotte libera un gruppo di prigionieri. C’è anche una profonda riflessione sul concetto di libertà…

«E sull’età dell’oro perduta – l’Arcadia di Virgilio e di tanti altri - sulla natura umana, sulla religione o sul tempo… Il Don Chisciotte è un pozzo senza fondo, non si esaurisce mai».

Non si esaurisce mai e molti lo hanno affrontato adattandolo al cinema. Tuttavia, iniziative come quelle di Orson Welles o Terry Gilliam sono fallite. I registi hanno finito per trasformarsi essi stessi in Don Chisciotte. È la maledizione di Cervantes?

«Non credo si tratti di una maledizione, è solo che il Don Chisciotte è talmente infinito che qualsiasi tentativo di avvicinamento è destinato al fallimento. Il mio stesso libro ne è un esempio. Non per la capacità di chi ci prova, ma per la vastità incontenibile dell’opera di Cervantes».

Ma chi è Don Chisciotte oggi?

«Lo stesso di sempre: quella parte della nostra natura che immagina e sogna».

E Sancho Panza, invece?

«Lo stesso: quell’altra parte della nostra natura che ci fa tenere i piedi per terra affinché non sogniamo troppo».

Al di là del viaggio che ha rifatto lei, dove ritrova lo spirito di Don Chisciotte?

«In tutti noi che, pur sapendo che la vita ci sconfiggerà come i mulini a vento hanno sconfitto lo stesso Don Chisciotte, continuiamo a vivere come se non lo sapessimo».

Il libro

Il viaggio di don Chisciotte di Julio Llamazares (il Saggiatore, traduzione Paolo Collo, pagg. 208, euro 18)

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