Una bella storia di inclusione, amicizia e collaborazione che piacerà ai lettori che incominciano a muovere i primi passi nel mondo meraviglioso della lettura. Perché questa storia è raccontata proprio per loro — come dimostra l’uso dello stampatello maiuscolo — da una inedita coppia di autori formata da una nonna e un nipote, lei 94 anni, lui 32 . Chi meglio dei nonni in fondo sa raccontare storie ai bambini?
Se poi la nonna risponde al nome di Lia Levi, affermata autrice di libri per adulti e ragazzi, un passato da giornalista e sceneggiatrice, molto attiva nelle scuole come testimone delle persecuzioni contro gli ebrei che ha vissuto sulla sua pelle, l’esperimento tentato con suo nipote Simone Calderoni ha una carta in più di riuscita. Abbiamo raggiunto nonna e nipote insieme in casa, a Roma, attraverso la telecamera di Zoom.
Cominciamo dall’inizio: com’è nata questa “strana coppia”?
Lia Levi: «Posso parlare per prima?».
Simone Calderoni: «Certo, prima la senectute».
L.L.: «Grazie. È nata sin da quando era ragazzino, perché stava molto a casa dei nonni e noi gli abbiamo trasmesso la passione per il cinema e la letteratura. Così dopo la laurea e un corso di sceneggiatura, gli ho chiesto di aiutarmi, di darmi qualche idea per un libro per ragazzi. E lui lo ha fatto, in modo molto brillante».
Di quale libro si tratta?
L.L.: «In realtà per più d’uno, ma in particolare per quello sull’Ucraina, La bambina da oltre il confine, anche se lì non c’è ancora la sua firma. Poi qualcuno ha cominciato a dirci: ma fatelo davvero un libro insieme».
S.C.: «Così è nato Cara nonna, caro nipote: un’esperienza andata molto bene. Da nonna ho appreso l’onestà letteraria. Insieme ai suoi detti d’oro. Per esempio uno è: se l’autore si diverte, il pubblico si annoia. Oppure: la semplicità è complessità risolta».
E come è stato lavorare insieme alla pari?
L.L.: «Ci sono stati degli amabili litigi, si può dire?».
S.C.: «Sì amorevoli, sempre i tuoi soliti eufemismi per dire che ci siamo scannati…».
L.L.: «Questa è la versione del giovane! Perché se c’è una critica o un dibattito lo considerano subito un litigio. In ogni caso quando lavoriamo insieme ognuno fa la sua parte».
In che senso?
S.C.: «Il mio apporto riguarda molto la struttura del libro, avendo un’impronta da sceneggiatore; intervengo nella costruzione drammaturgica della vicenda, sono io che dico: qui facciamo succedere questo, qui riprendiamo questo… Ed essendo entrambi amanti del cinema, ci siamo trovati in sintonia. Per noi i libri sono cinema in lettere».
Sicuramente gli “amorevoli litigi” dipendono anche dal fatto che appartenete a generazioni diverse. Cosa vi unisce e cosa di più vi separa?
L.L.: «Siamo più vicini noi, nonna e nipote, come cultura, come passioni, come libri che ci piacciono, di quanto non lo sia mai stata con i miei figli».
S.C.: «La generazione dei miei genitori è cresciuta più vicina ai temi della politica, del ’68-69, e nel frattempo si è persa il grande sogno della letteratura. Io e nonna invece ci siamo ritrovati con sessanta anni di distanza sulla stessa linea, entrambi innamorati dei classici: lei leggeva Tolstoj, io Ariosto e Boiardo».
L.L.: «E poi discutiamo dei libri che leggiamo, ci scambiamo citazioni latine: non è che vogliamo buttare giù una generazione, ma con i miei figli non era mai successo. Una cosa che ci divide però è la tecnologia: lui usa il computer, io scrivo a mano e mi vorrebbe trascinare nei suoi sistemi... anche questo fa parte dei litigi».
S.C.: «La differenza dipende dal fatto che nonna ha imparato quello che sa direttamente dalla letteratura, io ho seguito anche dei corsi: di cinema, di letteratura, di scrittura, che ai tempi suoi non c’erano. Per questo abbiamo due modi diversi di avvicinarci alla struttura di una storia».
L.L.: «Io voto il mio (ride). Ho letto dei libri meravigliosi nella mia vita».
A dividere le vostre generazioni è anche il modo di porsi dinanzi all’IA.
L.L.: «Non così tanto come sembra, perché anche lui è molto prudente con l’IA, non sempre entusiasta».
S.C.: «Non c’è da essere entusiasta o meno, è come quando hanno inventato il telefono, a un certo punto si è iniziato a utilizzarlo».
L.L: «Va bene, ma abbiamo avuto già tanti esempi di cose non riuscite».
S.C.: «Al momento la strada è quella purtroppo, bisogna solo trovare un modo creativo per continuare a essere umani e non diventare noi delle macchine. Ma hai ragione, siamo sulla stessa barca: io ne capisco l’inevitabilità, tu sei più spaventata».
Nei libri scritti insieme, avete detto, ognuno fa la sua parte. In questo caso come è andata?
L.L.: «Sicuramente lui è stato molto più fantasioso nell’immaginare cosa succede in un mondo senza la “e”».
A chi è venuta l’idea della storia?
L.L.: «È iniziato tutto con la guerra in Ucraina, che ha seguito il periodo del Covid. Un’amica insegnante mi ha raccontato di essere rimasta sorpresa quando, tornata a scuola, ha visto i bambini di prima elementare picchiarsi: non le era mai successo prima ma l’atmosfera di guerra, così angosciante, si è fatta sentire e l’unità si era persa. Così abbiamo provato a riportare un po’ di umanesimo, di umanità tra i bambini più piccoli».
Il libro
La piccola E si è persa nel parco di Lia Levi e Simone Calderoni (HarperCollins, illustrazioni Umberto Stagni, pagg. 52, euro 10,90, età 6+)