Piero Calamandrei: l’Europa e la religione della libertà
di Bruno QuarantaQuando un allievo gli domandava di laurearsi, Piero Calamandrei lo “chiudeva” nella sua biblioteca, invitandolo a scegliere nell’arco di un giorno i libri che potevano servire alla stesura della tesi. Così saggiandone le attitudini. Il giurista fiorentino, un padre della Costituzione, ripensava forse a se stesso fanciullo nella cornice bucolica, quando strappava «al passaggio qualche foglia, per mettermela in bocca e sentire in essa il sapore del bosco: l’amarognolo degli aghi di pino, lo struggente dolciastro di certi gambi e di certe gemme». L’arte di distinguere così utile, camminando nell’arcadia come aggirandosi nei terreni di Dike e di Lex.
Maestro di Procedura civile, Piero Calamandrei si “laureerà” anche scrittore, e di speciale caratura, come dimostra l’Inventario della casa di campagna pubblicato da Le Monnier nel 1941, un’edizione di trecento copie per gli amici, con le xilografie di Pietro Parigi (e ora per i tipi delle Edizioni di Storia e Letteratura, presentato dalla nip…
Quando un allievo gli domandava di laurearsi, Piero Calamandrei lo “chiudeva” nella sua biblioteca, invitandolo a scegliere nell’arco di un giorno i libri che potevano servire alla stesura della tesi. Così saggiandone le attitudini. Il giurista fiorentino, un padre della Costituzione, ripensava forse a se stesso fanciullo nella cornice bucolica, quando strappava «al passaggio qualche foglia, per mettermela in bocca e sentire in essa il sapore del bosco: l’amarognolo degli aghi di pino, lo struggente dolciastro di certi gambi e di certe gemme». L’arte di distinguere così utile, camminando nell’arcadia come aggirandosi nei terreni di Dike e di Lex.
Maestro di Procedura civile, Piero Calamandrei si “laureerà” anche scrittore, e di speciale caratura, come dimostra l’Inventario della casa di campagna pubblicato da Le Monnier nel 1941, un’edizione di trecento copie per gli amici, con le xilografie di Pietro Parigi (e ora per i tipi delle Edizioni di Storia e Letteratura, presentato dalla nipote, Silvia Calamandrei).
Sono due i piccoli mondi antichi dell’Inventario, Montauto e Montepulciano. Il primo villaggio raggiunto con il tram a vapore e quindi a piedi, «mezz’ora pei sentieri dei boschi». Il secondo ancorato alla memoria del nonno, che da luglio a metà settembre ordinava il soggiorno nel palazzo di Piazza Grande, ritenendo «che durante il solleone in quelle grandi sale semioscure facesse meno caldo che all’aria aperta», da metà settembre in campagna, «in una casetta colonica riadattata a uso padronale». In queste lande tra viti, siepi di more, funghi, fiori d’acacia, riflessioni lungo la “via dei filosofi” ancora non sapendo «che gente fossero questi filosofi», maturò la religione della libertà di Piero Calamandrei. Un’istintiva vocazione («Dolce tempo di libertà, in cui ogni zolla d’erba mi appariva così sconfinata che mi bastava per farvi il giro del globo!») che nell’estremo capoverso si rivelerà compiuta, cardinale, indelebile, impastata dantescamente con la terra natìa («…quand’io sentì di prima l’aere tosco»): «…i canti delle veglie sulle aie notturne, gli ipogei nascosti e i fiori che si abbelliscono delle loro ceneri, i nostri lutti, il nostro amore, il passato e l’avvenire, le nostre speranze, la nostra libertà: Toscana, dolce patria nostra».
Spirito naturalmente europeo, Piero Calamandrei è discepolo princeps di Benedetto Croce («il sacerdote severo e indomito di quella libertà senza la quale né vita morale né vita umana sono possibili»), cultore e custode come il filosofo di Palazzo Filomarino di una certa idea di patria, sottratta agli orizzonti angusti, alle derive ombelicali, alle remore campanilistiche: «…così e francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri s’innalzeranno a europei e i loro pensieri indirizzeranno all’Europa e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate già, ma meglio amate». La prosa d’arte di Piero Calamandrei, come ogni giurista sì degno impermeabile agli azzeccagarbugli, in sintonia con Stendhal, che sciacquava quotidianamente gli inchiostri nel Codice napoleonico. Una prosa che profuma d’Arno, tra echi idilliaci ed elegiaci (le ottocentesche Memorie lontane di Guido Nobili), favolistici, nel solco del Settecento toscano (le fiabe dedicate al figliuolo Franco), “cronistici”, come si riverberano nella pagina di Pietro Pancrazi, «senza ostentazioni vernacole, e senza preziosità di purismo».
A svettare, nel pantheon di Piero Calamandrei, la lezione di un poeta civile quale Carducci, meditandone l’amara sentenza sull’italica gente, a mano a mano che ai giorni della Resistenza seguirono quelli della “desistenza”: «Sparirà, senza lume né di canto né di pensiero, senza eroismo né di lotta né di sacrificio, sparirà frantumata sotto la valanga della vendetta plebea».
Carducci in prosa. E Carducci in versi, nella biblioteca ideale di Calamandrei. Quel Comune rustico («O che tra faggi e abeti erma su i campi / Smeraldini la fredda ombra si stampi / Al sole del mattino puro e leggero») che pare d’incontrare nell’Inventario della casa di campagna, un dominio misterioso come le rovine etrusche di Cosa: «Tra queste pareti al calar della notte creature effimere al par di noi cercarono di soffocare nel sonno quest’angoscia di addio, di cui in ogni minuto è fatta, ora come allora, la nostra vita». Toscana, dolce patria nostra. Quale lievita nell’Inventario e in ulteriori, non meno preziose pagine. Come la visita a Monterchi nel 1938: «Scoprimmo, agli ultimi raggi del sole, la cappelletta dove la Madonna del parto, esiliata da secoli in quel recinto di morti, vive solitaria, in attesa di una nascita». Contemplata da un Calamandrei non avaro di ambizioni pittoriche («…perché anch’io, come ben sai — scriverà a Pancrazi —, sono pittore come il De Pisis, pur non essendo tutto quello che egli è»), sospeso fra i macchiaioli e l’astrazione… L’inventario della “casa di campagna”, l’inventario di una vita che è una storia d’anima. Quando Piero Calamandrei scomparve nel 1956, «una farfalla, una comune farfalla dei campi — testimonierà Filippo Sacchi — , dal mantello fulvo screziato di rosso e di bianco volteggiava sul nero feretro. E quel lieve fantasma di farfalla era la sua anima di poeta». Una promessa di rinascenza, per chi mai si era separato da un ricordo dell’infanzia: «Rivedo la falena crocifissa sul cavalletto di essiccazione…».