Giuseppe Conte in questi anni ci ha abituato, nel bene e nel male, a un certo grado di imprevedibilità. Dalle alleanze, di governo ed elettorali, alle scelte politiche e di posizionamento.
In quest’ultima estate ha esibito un protagonismo esemplare, anticamera della possibile candidatura alle primarie di coalizione. L’ultima uscita con cui ha conquistato l’agenda politica è stata la condanna del woke, rivendicata per riappropriarsi delle istanze sociali e delle tematiche più vicine alle persone. Con questo intervento ha indubbiamente conquistato centralità mediatica, anche se in un periodo di distrazione da parte dell’opinione pubblica come quello agostano, ma ha soprattutto segnato alcuni punti importanti sul fronte del posizionamento e della conquista della leadership. Ha parlato con autorevolezza, costringendo indirettamente il Pd ed Elly Schlein a rientrare in un frame woke. Questo, per la segretaria democratica, non è necessariamente un elemento negativo: se è vero che nell’opinione pubblica “il woke” è abbinato a una degenerazione del linguaggio buonista e politicamente corretto, e quindi non si può considerare troppo popolare, è altrettanto vero che le battaglie sui diritti hanno una capacità determinante di attivare una mobilitazione di fasce elettorali nuove, molto reattive su queste tematiche, che il Pd di questi anni ha ben presidiato.
Questo lavoro di Conte, del quale l’intervento sul woke a La Repubblica dell’altro giorno è solo un piccolo pezzo, cela in realtà altri possibili sviluppi per tutto il centrosinistra, che vanno ben oltre la sfida per la leadership di coalizione. In diverse recenti occasioni elettorali, infatti, il Partito Democratico ha avuto un problema difficile da superare: ha ottenuto buoni risultati di lista, vanificati però da una coalizione debole e non competitiva. Se Avs ormai garantisce una certa solidità elettorale, soprattutto in contesti con una presenza rilevante di voto d’opinione, altrettanto non si può dire del Movimento 5 Stelle, che sconta un radicamento territoriale ancora insufficiente e un’identità non più definita. Le parole dell’ex presidente del consiglio vanno nella chiara direzione di un partito ancorato al progressismo, con un posizionamento marcatamente sociale. Una differenziazione più marcata, che potrebbe però rendere Pd e 5 Stelle più chiaramente complementari: gli uni più puramente progressisti, schierati sui diritti, interessati alla crescita economica, gli altri orientati a un posizionamento più popolare, in linea con il provvedimento-bandiera degli anni dei governi pentastellati, il reddito di cittadinanza.
D’altronde, la cifra comunicativa di Conte in questi anni è stata il tono, più che il posizionamento; la postura, più che la battaglia identitaria. Si è rivelato duttile ma al contempo estremamente capace di incidere: il suo partito in questi anni ha cambiato pelle, inseguendo una comunicazione personalizzata a cui precedentemente non aveva abituato.
La strada da qui al voto, che si tratti del confronto interno o del voto politico, sarà lunga ma per Conte e i 5 Stelle i temi dell’identità e del posizionamento sono le fondamenta per un risultato di rilievo. La capacità elettorale del leader che fu “avvocato del popolo” non è in discussione: Conte l’ha già mostrata nel 2022, rimobilitando un elettorato demotivato dal logorio di quattro anni di governo. Ora la sfida è diversa e forse più difficile. Non gli basta prepararsi a contendere a Schlein la leadership della coalizione: deve restituire al Movimento un’identità riconoscibile e, soprattutto, una funzione elettorale. Perché il futuro del centrosinistra passa anche da qui: il Pd può crescere, ma per vincere ha bisogno che crescano anche i suoi alleati. La vera partita di Conte, prima ancora delle primarie, è tornare a rendere indispensabili i 5 Stelle.