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Botteghe Oscure a 5 stelle, seicento euro per dormire nell’ufficio di Berlinguer

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L’ex sede Pci affittata da Angelucci a un’azienda Usa diventa un hotel extralusso tra il busto di Gramsci e l’androne di Giò Pomodoro
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Il balcone da cui si affacciava Enrico Berlinguer è quello della stanza 207 al terzo piano. L’ufficio del segretario, compatto e sobrio, è diventato una camera d’albergo del Thompson Rome, hotel a cinque stelle in via delle Botteghe Oscure, che ha appena aperto i battenti proprio nel palazzo che nel Novecento ha ospitato, per quasi cinquant’anni, la sede del Pci, il Partito comunista italiano. Proprietà americana. Design da riviste patinate. Librerie. C’è anche un libro su Maradona. Profumi delicati. Musica fusion soffusa. Ore 17. Ricchi stranieri consumano drink in quella che qui chiamano la lobby lounge. «Il signore gradisce qualcosa?».

Una bottiglia di Valpolicella attende i prossimi ospiti della 207. Si chiederanno almeno cosa ci faccia il busto di Antonio Gramsci a pianterreno? Non puoi non notarlo, incastonato com’è a mo’ di reliquia tra l’ascensore e le scale. E la cassaforte del partito custodita nel corridoio d…

Il balcone da cui si affacciava Enrico Berlinguer è quello della stanza 207 al terzo piano. L’ufficio del segretario, compatto e sobrio, è diventato una camera d’albergo del Thompson Rome, hotel a cinque stelle in via delle Botteghe Oscure, che ha appena aperto i battenti proprio nel palazzo che nel Novecento ha ospitato, per quasi cinquant’anni, la sede del Pci, il Partito comunista italiano. Proprietà americana. Design da riviste patinate. Librerie. C’è anche un libro su Maradona. Profumi delicati. Musica fusion soffusa. Ore 17. Ricchi stranieri consumano drink in quella che qui chiamano la lobby lounge. «Il signore gradisce qualcosa?».

Una bottiglia di Valpolicella attende i prossimi ospiti della 207. Si chiederanno almeno cosa ci faccia il busto di Antonio Gramsci a pianterreno? Non puoi non notarlo, incastonato com’è a mo’ di reliquia tra l’ascensore e le scale. E la cassaforte del partito custodita nel corridoio del terzo? L’hanno trovata gli operai al meno uno. C’è pure la teca con la bandiera della Comune di Parigi e la scultura di Giò Pomodoro, poste sotto tutela dalla soprintendenza. Ci affacciamo anche noi dal balcone. Ma non ci sono masse rosse a gremire la strada, come quella notte del giugno 1976 in cui Berlinguer disse: «Un italiano su tre vota comunista!». Laggiù fluisce il traffico impazzito di ogni sera. Tira vento di tramontana. Freddo autunnale. Se Berlinguer sapesse quant’è duro l’inverno delle democrazie.

Il mitico Bottegone, posseduto dagli Angelucci — 800 metri quadri, sette piani — ora quindi è un super albergo di 69 camere e due suite. Se volete passare una notte nelle stanze deluxe preparatevi a sganciare tremila euro, su internet le altre stanze partono da seicento euro, ma in hotel assicurano «da 380 in su». Ai proprietari del Thompson, Hyatt Hotels Corporation, non pare vero tutta questa pubblicità, grazie al vecchio Pci, anche se nel lancio, ripreso anche da qualche sito online, si tace dei comunisti limitandosi a dire che la struttura sorge «in una delle strade più significative della città, legata anche alla storia politica italiana del secondo dopoguerra».

Grande storia, oh! A Botteghe Oscure, in un sottotetto, vissero semiclandestini Palmiro Togliatti e Nilde Iotti, perché non bisognava sapere. Lui le scriveva messaggi che contrastavano con il suo carattere algido: «Nec sine te, nec tecum vivere possum». La chiamava vezzosamente «Nina, mia cara». E del resto il palazzo, che l’imprenditore Marchini donò al partito, aveva il fascino della cittadella, un fortilizio da guerra fredda, col garage, l’infermeria, la banca, il gruppo elettrogeno, antenne enormi sul tetto. A pianterreno sorgeva la libreria Rinascita, i dipendenti avevano lo sconto, i comunisti erano invitati, da Togliatti, a leggere molto. Filippo Ceccarelli in Invano ha raccontato che Armando Cossutta protestò perché esponevano sugli scaffali il diario del Che.

Lassù, nel roof garden che aprirà a dicembre, la vista spazia sui tetti di Roma, l’Altare della Patria, il Pantheon, in fondo San Pietro. Fabrizio Rondolino, autore di un libro di memorie, Il nostro Pci, si trovò negli anni in cui era nello staff di Massimo D’Alema ad occupare proprio l’ufficio di Berlinguer, perché D’Alema ne volle uno più grande: «Mi affacciavo proprio da quel balcone». Ci portano al sesto piano, al ristorante, e ci spiegano che il menù è ispirato «alla riviera francese e alla riviera italiana». Ci vengono a cena i romani, certo poi la clientela dell’hotel «è prettamente straniera». Saliamo le scale, sono le stesse che salivano i big, Pajetta, Amendola, Occhetto. Ci hanno aggiunto solo i corrimano.

Abbiamo parcheggiato lo scooter in via Caetani, dove fu trovato Aldo Moro nella Renault rossa, il 9 maggio 1978: due minuti a piedi per raggiungere Botteghe Oscure, tre per arrivare a piazza del Gesù, la sede della Democrazia cristiana.

Chi poteva mai immaginare che sarebbe finita così? La storia gioca strani scherzi. I comunisti erano gente spartana. Emanuele Macaluso, indimenticato dirigente, abitava un appartamentino di cinquanta metri quadri a Testaccio, una cucinino, la stanza da letto, il saloncino tappezzato di volumi. Miriam Mafai in Botteghe oscure addio descrisse la vita quotidiana dei funzionari, «fatta di sacrifici ed esaltazione». Redditi operai. Disciplina ferrea. Uso dei mezzi pubblici. Case modeste, con «le lampadine appese al filo senza neppure una traccia di paralume», come notò una volta Eugenio Scalfari. Percorriamo i corridoi sotto la luce al neon. Al quinto piano c’era il mitologico comitato centrale — riunioni che potevano durare dodici ore di fila, tutti fumavano — al terzo la sala della direzione, al sesto la sezione stampa e propaganda, altro che social. «E dov’erano gli archivi ora c’è la palestra», ci informiamo alla fine del nostro giro perlustrativo. Ai tempi del Pci il fitness non era ancora di moda.

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