Matteo Salvini si dimette da segretario della Lega. Ma soltanto per ricandidarsi. Le dimissioni non aprono una crisi, semmai le mettono il lucchetto. Il “federale” del Carroccio, convocato ieri a via Bellerio, ha fissato le regole di un congresso blindatissimo, con delegati di provata fede, senza il voto segreto, come chiedevano i governatori del Nord, e col potere, per la commissione statuto controllata dai fedelissimi del vicepremier, di depennare le modifiche sgradite alla struttura della Lega, come la possibilità, caldeggiata da Luca Zaia e Attilio Fontana, di uno sdoppiamento del partito, uno per il Nord e uno per il Sud. Insomma, si cambia tutto perché nulla cambi. Soprattutto il segretario.
Salvini, che ieri si è dimesso insieme ai vice, affidando la reggenza al tesoriere Alberto Di Rubba, è convinto di avere fatto la mossa del cavallo. «Dopo il congresso, basta liti interne», ha sfidato ieri i malpancisti dell’ala settentrionale, che da mesi gli chiedono, più o meno sotto banc…
Matteo Salvini si dimette da segretario della Lega. Ma soltanto per ricandidarsi. Le dimissioni non aprono una crisi, semmai le mettono il lucchetto. Il “federale” del Carroccio, convocato ieri a via Bellerio, ha fissato le regole di un congresso blindatissimo, con delegati di provata fede, senza il voto segreto, come chiedevano i governatori del Nord, e col potere, per la commissione statuto controllata dai fedelissimi del vicepremier, di depennare le modifiche sgradite alla struttura della Lega, come la possibilità, caldeggiata da Luca Zaia e Attilio Fontana, di uno sdoppiamento del partito, uno per il Nord e uno per il Sud. Insomma, si cambia tutto perché nulla cambi. Soprattutto il segretario.
Salvini, che ieri si è dimesso insieme ai vice, affidando la reggenza al tesoriere Alberto Di Rubba, è convinto di avere fatto la mossa del cavallo. «Dopo il congresso, basta liti interne», ha sfidato ieri i malpancisti dell’ala settentrionale, che da mesi gli chiedono, più o meno sotto banco, un passo indietro. Invece Salvini ora è talmente sicuro di restare in sella, che li provoca. Maramaldeggia: «Ho pure fatto abbassare il numero delle firme, per chi volesse candidarsi al posto mio». Sono minimo 80, da 4 regioni, per circa 700 delegati (400 eletti, il resto «di diritto»). I 700 in questione, però, sono gli stessi che l’hanno riconfermato un anno fa, al congresso di Firenze. Per acclamazione. Ecco perché il vicepremier fa mostra di non temere la conta.
Non del tutto, in realtà: il fronte settentrionale ha chiesto in queste settimane a Roberto Calderoli, che ha scritto le regole delle assise, di permettere il voto segreto. Ma difficilmente ci sarà. Salvini non lo vuole: «Il voto segreto lasciamolo al Parlamento e ai franchi tiratori, c’è sempre stato il voto palese. Poi, se ci sono più candidati a segretario, ovviamente si farà».
Ma ci saranno sfidanti? Dal Nord si è rialzato, in questi ultimi giorni, un pressing su Massimiliano Romeo, il segretario lombardo che già rischia il posto da capogruppo al Senato. Ma l’interessato al momento resiste: «Lo faccio per coerenza - dice - non ho mai chiesto di cambiare Salvini, ma di valorizzare i territori». Da regolamento, c’è tempo fino a giovedì 22 (la scadenza è 72 ore prima dell’avvio dei lavori) per farsi avanti. Le regole rendono molto complicato anche far passare il progetto di sdoppiare il Carroccio, per ricreare la Lega Nord: si possono presentare emendamenti, sempre con 80 firme, ma c’è una tagliola. La commissione Regolamento «ne verifica l’ammissibilità» e «a suo insindacabile giudizio» può procedere a «una riformulazione». Pure in questo caso, si vota per alzata di mano. A presiedere il congresso poi sono Lorenzo Fontana, il presidente della Camera mai critico col segretario. E la fedelissima Silvia Sardone. Ecco perché i “ribelli” non hanno ancora deciso se presentare una propria mozione. Più facile che la facciano i salviniani, provando a scippare il tema del Nord. Salvini gongola: «Io sono nordista, non ci sono dissidenti». I governatori diserteranno? «Mi aspetto idee. Qualcuno non ci sarà? Spiace per lui».
A via Bellerio il federale dura un’oretta. Parla quasi solo Salvini. Ripete che per la Lega l’orizzonte del voto è ottobre, «anche novembre» dell’anno prossimo, «anche se dai giornali avrete letto che Meloni forse vuole anticipare». Uscito da via Bellerio, davanti a telecamere e taccuini, il vicepremier conferma quanto anticipato da Repubblica: «Aggiorneremo il simbolo». Sparirà la scritta «Salvini premier». «Anche perché - la spiegazione nel chiuso del summit - con la nuova legge elettorale non ha senso». Sulla sua scrivania ci sono tre bozzetti, uno solo con la scritta Lega e lo spadone di Alberto da Giussano, uno che rispolvera la stella alpina cara a Bossi, uno che tiene un piccolo «per Salvini», senza premier.
Rivincere il congresso sembra facile. Risalire nei consensi, molto meno. Ecco perché il ministro dei Trasporti promette anche «una nuova segreteria politica», che non rimpiazzerà il federale, ma aiuterà a «condividere oneri e onori». Potrebbe includere i dissidenti del Nord, se daranno una mano alle Politiche: Zaia e Fontana potrebbero fare i capilista, è l’offerta. Ma solo a un patto: basta bisticci