✕

Cop31, così a Copenaghen si gioca d’anticipo contro il clima

Uno dei quartieri di Copenaghen con sistemi di raccolta dell'acqua per tenere sotto controllo le alluvioni 

Il punto di svolta è stato il nubifragio del 2011: da quel momento la capitale si è trasformata in “città spugna”. Invece di respingere l’acqua, grazie a trecento interventi sul territorio, viene assorbita in bacini temporanei, deviata in aree verdi e tunnel sotterranei. Ora la sfida guarda al mare

3 minuti di lettura

Nel cuore della Scandinavia c’è una città che, più di altre, si sta preparando da tempo per affrontare gli eventi meteo estremi. Parliamo di Copenaghen e il suo problema è l’acqua. La capitale danese nel luglio del 2011 fu svegliata da una alluvione devastante, di quelle ormai tipiche della crisi climatica. Dal cielo vennero giù 150 millimetri di pioggia in sole due ore che causarono danni per oltre 1 miliardo di euro. Edifici, strade, scuole, macchine: tutto allagato, tutto distrutto. Nonostante quel nubifragio fosse stato stato previsto dai modelli meteo, anche se non di tale intensità, quando arrivò fu però impossibile da gestire.

Le città spugna

L’impatto con l’alluvione per Copenaghen è stato però come una sveglia. Già l’anno successivo la città ha aderito alla campagna Onu per rendere le città resilienti davanti al nuovo clima e ha iniziato a dare vita al “Cloudburst Management Plan”, il progetto per gestire gli eventi meteo estremi e trasformare la metropoli in una “città spugna” capace di assorbire tutta quella pioggia. Un’iniziativa che unisce strategie di adattamento urbano, climatico, coinvolgimento dei cittadini, ripensamento di infrastrutture e anche di interi quartieri. Anziché respingere l’acqua, con oltre 300 interventi sul territorio, sono state implementate le aree verdi e gli spazi pubblici per assorbire la pioggia o trasformarsi, come nel caso del parco Enghaveparken, in bacini temporanei per la raccolta. Ovunque sono stati costruiti canali vegetali e pavimentazioni permeabili in grado di drenare l’acqua piovana, così come i tunnel sotterranei hanno avuto il compito di convogliare l’acqua verso i porti in caso di nubifragi.

Il deflusso ritardato

In questo modello oggi studiato da urbanisti e architetti di tutto il mondo, la città è stata suddivisa in bacini idrografici ridistribuendo, a seconda dei rischi, le priorità degli interventi necessari. Alla base, anziché puntare a far finire l’acqua piovana direttamente nelle fognature, c’è l’idea di gestirla prima: viene trattenuta grazie alle infrastrutture verdi e il deflusso ritardato con più sistemi. Tutto deve tener conto sia di metodi che preservino la biodiversità sia del concetto di evitare tubature e infrastrutture artificiali impattanti. Insomma, prima il verde e il blu: esattamente come a piazza Saint Kjelds e a Bryggervangen dove una grande area e la rotatoria di cemento sono state trasformate in un’oasi verde con centinaia di alberi e una piazza ribassata in modo da contenere fino a 3mila metri cubi d’acqua durante i nubifragi. Quest’opera ridurrà il rischio alluvioni per 20mila residenti.

15 anni di resistenza agli eventi meteo estremi

Nella “città spugna” inoltre ci sono i tetti verdi sugli edifici che da soli assorbono il 60% delle precipitazioni e ritardano il deflusso, oppure aiutano le scuole (come la Copenhagen International School) a risparmiare sulle bollette, dato che la pioggia recuperata viene usata per i servizi igienici oppure l’irrigazione. In pratica, ogni luogo è stato ripensato con lo stesso obiettivo: non subire gli effetti della crisi climatica, ma affrontarli. Pensiamo al Fælledparken, il grande parco cittadino: i campi sportivi sono ideati per allagarsi momentaneamente in caso di piogge intense. Così anche all’Enghaveparkenpensato come una grande opera di protezione climatica dove lo skate park diventa un bacino di ritenzione, una scelta pensata e condivisa con i cittadini.

Tutti questi piani - costati milioni di euro (solo per gestire i tetti verdi ne servono 5 all’anno) - sono stati una spesa ingente per l’amministrazione comunale, ma con un ritorno importante: negli ultimi 15 anni la città è riuscita a resistere sempre di più agli impatti della crisi del clima, sia in termini di alluvioni che di ondate di calore. La Copenhagen Business School stima, inoltre, che ogni euro speso nei piani per la “città spugna” generi benefici per 2,5 euro derivati dalla riduzione dei danni, dalla crescita del valore degli immobili e da maggiore salute degli abitanti. La risposta danese è pensata, guardando al cielo, a lungo termine: nel Paese entro il 2100 si arriverà al 55% di precipitazioni in più nei mesi invernali, mentre le temperature cresceranno di due gradi. Dunque, è bene prepararsi.

Giocare d’anticipo contro la crisi del clima

Se però si guarda verso il mare che circonda la capitale, lo scenario è preoccupante. Secondo gli scienziati sia il mare del Nord che del Baltico, in futuro potrebbero infatti innalzarsi anche di oltre un metro. Proiezioni prevedono che di conseguenza 500mila case ed edifici, verso fine secolo, rischiano di rimanere sommersi e decine di comuni nei dintorni della capitale saranno costantemente minacciati dalle mareggiate. Per adattarsi al futuro climatico i danesi pensano varie strategie che includono sistemi per deviare le acque, isole artificiali per proteggere le città dai mari impetuosi e barriere di contenimento. Si tratta di infrastrutture che, a seconda dei piani, potrebbero aver bisogno anche di 40 anni per essere completate. Alla Danimarca però - come insegnano le sue politiche e i modelli che oggi ispirano tante realtà globali - non importa. L’importante è iniziare, giocare d’anticipo contro la crisi del clima e farsi trovare pronti davanti agli eventi estremi. Che sia acqua dal cielo, o dal mare.