Cittadini non consumatori
di Federico FerrazzaNon possiamo chiedere ai giovani di essere responsabili dei propri comportamenti e, nello stesso tempo, escluderli dalle decisioni collettive che determinano le condizioni delle loro vite. La speranza è che Cop31 possa agevolare chi abiterà il Pianeta in futuro. Il nuovo numero di Green&Blue in edicola mercoledì 4 novembre, gratis con la Repubblica
In Italia, come in Francia, le manifestazioni di queste settimane raccontano un disagio che va ben oltre le singole rivendicazioni. Scuola, costo della vita, disuguaglianze e clima sono questioni infatti legate da un filo comune: la sensazione che il futuro sia qualcosa di cui si parla continuamente, senza che chi dovrà abitarlo abbia davvero voce in capitolo. Le nuove generazioni sono considerate cittadini a pieno titolo solo quando devono consumare. Il mercato le conosce benissimo: ne studia le abitudini, ne intercetta i desideri, costruisce prodotti e servizi su misura, le raggiunge attraverso piattaforme capaci di trasformare ogni attenzione in valore economico.
La politica, invece, spesso fatica a riconoscere i giovani come interlocutori. Li cerca come pubblico, li corteggia come elettori, li celebra come innovatori. Ma quando contestano le priorità della spesa pubblica, chiedono politiche climatiche più ambiziose o denunciano l’assenza di prospettive, diventano improvvisamente un problema di ordine pubblico. Insomma, i giovani devono comprare e, se in età, votare. Ma in silenzio. Senza disturbare. Eppure, sono le nuove generazioni che dovranno vivere più a lungo in un mondo segnato dal riscaldamento globale, dagli eventi meteorologici estremi, dalla perdita di biodiversità e dalle conseguenze economiche e sociali della transizione ecologica. Ma, troppo spesso, le loro richieste vengono liquidate come ingenue, radicali o incompatibili con le esigenze dell’economia. Come se chiedere un Pianeta abitabile fosse un lusso, anziché una condizione necessaria per qualsiasi progetto di crescita. Sia inteso, la partecipazione democratica non garantisce automaticamente di avere ragione.
Assicura, però, il diritto di porre domande, contestare le scelte e pretendere risposte. È proprio questo spazio che dovremmo difendere, soprattutto quando il dissenso riguarda decisioni i cui effetti dureranno decenni. La crisi climatica, del resto, non è soltanto una questione ambientale. È un tema di rappresentanza, di equità tra generazioni, di distribuzione delle risorse e del potere.
Decidere quanto investire nella decarbonizzazione, come trasformare le città, quali infrastrutture realizzare e come proteggere i territori significa scegliere quale futuro lasciare a chi verrà dopo di noi. Non possiamo chiedere ai giovani di essere responsabili dei propri comportamenti individuali e, nello stesso tempo, escluderli dalle decisioni collettive che determinano le condizioni della loro vita. La trentunesima edizione di Cop, la conferenza delle Nazioni Unite sullo stato del clima, inizierà tra qualche giorno ad Antalya, in Turchia. Questo numero di Green&Blue è in gran parte dedicato a questo appuntamento. Nel quale, speriamo, si possa ragionare su come agevolare la vita di chi abiterà questo Pianeta in futuro.