✕

Anarchy in the UK

E le colpe della Brexit
5 minuti di lettura

ieri, dopo le clamorose parole di Donald Trump a favore della riunificazione dell’Irlanda, a Cardiff si è svolto un summit senza precedenti tra i leader di Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Che si sono incontrati per unire le forze e aumentare peso specifico e pressione sul primo ministro britannico Andy Burnham, in nome dell’autodeterminazione. I tre, ossia John Swinney, Rhun ap Ioverth e Michelle O’Neill (insieme alla leader di Sinn Féin Mary Lou McDonald) hanno rivendicato il diritto di indire referendum sull’indipendenza, per poi unirsi all’Unione Europea. Un altro ceffone al traballante Regno Unito, per un vertice senza precedenti. Trovate tutti i particolari e gli aggiornamenti su Repubblica di oggi (carta e sito), inclusa la mia conversazione con il premier Swinney.

Ma ecco il “memorandum di intesa”.

“Crediamo che esista una strada migliore: nazio…

ieri, dopo le clamorose parole di Donald Trump a favore della riunificazione dell’Irlanda, a Cardiff si è svolto un summit senza precedenti tra i leader di Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Che si sono incontrati per unire le forze e aumentare peso specifico e pressione sul primo ministro britannico Andy Burnham, in nome dell’autodeterminazione. I tre, ossia John Swinney, Rhun ap Ioverth e Michelle O’Neill (insieme alla leader di Sinn Féin Mary Lou McDonald) hanno rivendicato il diritto di indire referendum sull’indipendenza, per poi unirsi all’Unione Europea. Un altro ceffone al traballante Regno Unito, per un vertice senza precedenti. Trovate tutti i particolari e gli aggiornamenti su Repubblica di oggi (carta e sito), inclusa la mia conversazione con il premier Swinney.

Ma ecco il “memorandum di intesa”.

“Crediamo che esista una strada migliore: nazioni che collaborano tra loro su un piano di parità, condividendo idee e competenze e costruendo relazioni fondate sul rispetto reciproco e su interessi comuni”, scrivono i tre leader, “le nostre iniziative stanno acquistando slancio; crediamo che il cambiamento costituzionale sia ormai prossimo. Ci impegniamo pertanto a rafforzare la cooperazione tra i nostri partiti e a individuare ambiti concreti nei quali lavorare insieme possa fare una reale differenza”.

Tra questi figurano:

Un’economia più forte e più equa: condividere idee ed esperienze su come costruire economie produttive e prospere, capaci di creare posti di lavoro di qualità, contrastare le disuguaglianze e garantire una distribuzione più equa della ricchezza e delle opportunità. Respingiamo il fallimentare modello economico di Whitehall e intendiamo invece costruire economie in grado di promuovere la giustizia sociale e ridurre le disuguaglianze nelle nostre nazioni.

Sviluppare le nostre risorse energetiche, in particolare le nostre vaste risorse di energia rinnovabile, per ridurre le bollette di famiglie e imprese. La ricchezza energetica delle nostre nazioni deve essere messa al servizio delle esigenze dei nostri cittadini.

Europa e cooperazione internazionale: la Brexit ha danneggiato le nostre economie e limitato le opportunità per i nostri cittadini. L’Europa è la nostra casa comune e crediamo che il futuro delle nostre nazioni sia nell’Unione europea.

“Crediamo che il futuro delle nostre nazioni sia nell’Unione europea”, continuano, “vogliamo lavorare insieme per ricostruire e rafforzare tali relazioni europee, creando maggiori opportunità per il commercio, gli investimenti, la cultura e la cooperazione. Le nostre nazioni hanno il diritto all’autodeterminazione. Nessun governo di Westminster ha il diritto di ostacolare la democrazia o di mettere in discussione il principio secondo cui spetta ai nostri popoli decidere del proprio futuro. Chiediamo al Governo britannico di prepararsi al cambiamento costituzionale, pianificarlo e agevolarlo in ciascuna giurisdizione”.

Si è trattato di un evento storico. Mai questo triumvirato aveva unito così le forze nero su bianco e mai c’era stato un attacco così netto nella storia recente che ha messo in discussione quell’unione del Regno nato quasi quattro secoli fa.

Del resto, alle ultime elezioni locali e dei parlamenti devoluti, lo Scottish National Party di Swinney ha consolidato il suo potere: tre anni fa i repubblicani di Sinn Féin hanno vinto le loro prime elezioni in Irlanda del Nord; e lo scorso maggio gli indipendentisti gallesi di Plaid Cymru hanno spazzato via il Labour dopo un dominio secolare. Insomma, per la prima volta nella storia, tutte e tre le nazioni del Regno Unito sono governate da partiti e leader che vogliono spaccarlo e abbandonarlo.

È un guaio per Andy Burnham. I tre leader ribelli assicurano che “sarà l’ultimo primo ministro della storia del Regno Unito”. La realtà dice altro: se mai Scozia, Galles e Irlanda del Nord dovessero raggiungere l’indipendenza, servirà realisticamente più tempo di uno o forse due mandati del premier. In ogni caso, Burnham ha forse commesso un errore. A differenza dei suoi precedessori è sembrato più malleabile, o comunque non ha chiuso inequivocabilmente la porta ai ribelli, la settimana scorsa in Parlamento a Westminster, perché non solo ha lasciato uno spiraglio aperto per l’Irlanda del Nord ma non ha neanche affondato la possibilità di un nuovo referendum sull’indipendenza della Scozia, utilizzando le stesse parole usate per Belfast: “Al momento non c’è una maggioranza dell’opinione pubblica favorevole a un referendum”.

Il caso dell’Irlanda del Nord è particolare: negli storici accordi di pace del Venerdì Santo del 1998, è menzionata la possibilità di un “border poll”, letteralmente referendum di confine, per cui un giorno i nordirlandesi (ma entrambe le comunità, cattolica e protestante) potranno decidere se continuare a rimanere ufficialmente nel Regno Unito o passare alla Repubblica di Irlanda. Per la Scozia, invece, le premesse sono diverse, e soprattutto a Edimburgo è già stato concesso un referendum 12 anni fa, che gli indipendentisti hanno perso nettamente.

Ma le parole di Burnham non sono apparse decise e così i leader di Scozia, Irlanda del Nord e Galles hanno visto il sangue e si sono lanciati all’assalto di un Regno Unito sempre più fragile. Del resto, lo stesso primo ministro, “nordista” di Liverpool ed ex sindaco di Manchester, non esita ad attaccare continuamente un’altra istituzione cruciale del Regno come Londra, che secondo lui succhia soldi e risorse al resto dell’Inghilterra. Insomma, pure Burnham è un ribelle, e paradossalmente Swinney, Run ap Ioverth e O’Neill si sentono ancor di più legittimati nella loro battaglia.

Ma il referendum della Scozia nel 2014 ci porta a un’altra considerazione. Se siamo arrivati a questo punto, non è colpa delle parole di Trump e nemmeno di Burnham, ma soprattutto della Brexit.

Non sono discorsi da “remoaner”, ossia dagli europeisti che non si rassegnano al risultato del referendum del 2016, ma una realtà. Perché, se prendiamo la consultazione della Scozia di due anni prima, una buona parte di scozzesi votò per restare con il Regno Unito anche perché quest’ultimo era ancora in Ue. Ottenere l’indipendenza in quel momento avrebbe rappresentato un grosso problema in campo internazionale. Perché anche se Edimburgo avesse voluto entrare in Unione Europea da indipendente, avrebbe dovuto affrontare tutta la trafila negoziale. E soprattutto Londra, allora ancora in Ue, avrebbe potuto mettere un veto all’ingresso della Scozia, per ripicca.

Il paradosso è dunque che 12 anni fa molti scozzesi europeisti votarono contro l’indipendenza, con l’obiettivo di restare in Ue. Peccato che, nel 2016, il Regno Unito abbia poi deciso di abbandonare in blocco l’Unione abbracciando la Brexit ed è qualcosa che molti al di là del Vallo di Adriano non hanno mai perdonato al resto del Paese. A maggior ragione oggi, visto che un nazionalista inglese come Nigel Farage è comunque in testa ai sondaggi, nonostante gli scandali donazioni e una assurda elezione suppletiva nel suo seggio di Clacton-on-Sea.

Diverso è il caso di Galles e Irlanda del Nord. Il primo, nel referendum generale del 2016, votò a favore della Brexit, ma oggi ha una leadership europeista. Per quanto riguarda Belfast, invece, l'appartenenza del Regno Unito all’Unione Europea aveva decisamente facilitato gli accordi del Venerdì Santo nel 1998 e la pace dopo i sanguinosissimi Troubles, con Regno Unito e Repubblica d’Irlanda entrambi in Ue e dunque senza la necessità di re-installare pericolosissimi confini. La Brexit invece ha messo a dura prova anche il delicatissimo processo di pace tra le due Irlande. Così, l’Irlanda del Nord è dovuta rimanere in un limbo, appartenente sia all’unione doganale europea che a quella britannica, proprio per non toccare i fragili equilibri. Non a caso, nonostante l’uscita di Londra dall’Ue, ancora oggi non esistono confini tra le due Irlande. Ma la Brexit è stata la più grande minaccia per la pace sull’isola.

Chiudo l’argomento con una provocazione: e se Burnham decidesse che il Regno Unito debba rientrare in Ue? È appunto una provocazione, perché sarebbe un’impresa per cui servirebbero diversi anni nella migliore delle ipotesi - e poi tra i suoi elettori ci sono molti operai bianchi brexiter. Però pensateci: in un sol colpo, si toglierebbe dai piedi le istanze indipendentiste almeno di Scozia e Galles. Chi mai penserebbe di lasciare il Regno Unito (di nuovo in Ue) per poi provare faticosamente a rientrare?

Nel frattempo, Londra ha sanzionato i coloni di Israele insieme ad altri 11 Paesi ed è scoppiato un putiferio - qui vi spiego perché questo è solo il primo passo del governo Burnham. Mentre qui ho intervistato il geniale premio Nobel e padrino dell’intelligenza artificiale Geoffrey Hinton che mi ha spiegato perché l’AI e le “macchine” potrebbero decidere di ucciderci tutti come nell’epocale film “Terminator”.

"Terminator 2 - Il giorno del giudizio" (1991)

E visto che sono stato a Dublino, il ristorante della settimana è il Trocadero, uno dei più antichi ristoranti della capitale irlandese, non lontano dalla statua di Molly Malone. Ambiente art nouveau, porzioni generose, menu irlandese-europeo che non delude.

Mentre il pub della settimana è il mitico JR Mahon’s sul fiume Liffey, un’istituzione beverina di Dublino, ma anche con un’ottima cucina aperta tutto il giorno.

www.x.com/antoguerrera

www.instagram.com/antoguerrera

Leggi i commenti