Intorno alla base di Juffair, nel Bahrein, che ospita la quinta flotta americana, i segni dell’ultima guerra sono ancora visibili: il tetto e la facciata di un magazzino squarciati, un’antenna radar mezza rotta. Gli Emirati hanno cercato di proteggere gli obiettivi sensibili: dalla Sheikh Zayed road che costeggia l’aeroporto di Abu Dhabi si vedono grandi gabbie metalliche che avvolgono i depositi di carburante. Il Qatar sta ancora cercando di capire cosa è successo alla Mayeda, la petroliera che trasportava gas liquefatto in Pakistan, colpita nello stretto di Hormuz.
Da Riad a Doha, la regione del Golfo vive ore di angoscia. Lo spettro di un nuovo conflitto tra l’Iran e gli Stati Uniti minaccia le infrastrutture cruciali dei paesi arabi: non solo gli impianti petroliferi, ma i desalinizzatori, le reti di dati, e potrebbe essere «molto più distruttivo dei precedenti», secondo il ministro degli Esteri egiziano, Abdellaty. Con le elezioni di medio termine oggi negli Stati Uniti è iniziat…
Intorno alla base di Juffair, nel Bahrein, che ospita la quinta flotta americana, i segni dell’ultima guerra sono ancora visibili: il tetto e la facciata di un magazzino squarciati, un’antenna radar mezza rotta. Gli Emirati hanno cercato di proteggere gli obiettivi sensibili: dalla Sheikh Zayed road che costeggia l’aeroporto di Abu Dhabi si vedono grandi gabbie metalliche che avvolgono i depositi di carburante. Il Qatar sta ancora cercando di capire cosa è successo alla Mayeda, la petroliera che trasportava gas liquefatto in Pakistan, colpita nello stretto di Hormuz.
Da Riad a Doha, la regione del Golfo vive ore di angoscia. Lo spettro di un nuovo conflitto tra l’Iran e gli Stati Uniti minaccia le infrastrutture cruciali dei paesi arabi: non solo gli impianti petroliferi, ma i desalinizzatori, le reti di dati, e potrebbe essere «molto più distruttivo dei precedenti», secondo il ministro degli Esteri egiziano, Abdellaty. Con le elezioni di medio termine oggi negli Stati Uniti è iniziato il conto alla rovescia. Trump darà davvero seguito alla minaccia di “un’altra piccola Operazione Epic Fury”?
«Nessuno sa davvero cosa vuole fare, la possibilità di un attacco vale quanto quella di un accordo», dice un diplomatico europeo a conoscenza delle discussioni che si sono tenute a Manama nel fine settimana durante un incontro dei paesi dell’area. Le basi americane che un tempo rappresentavano il grande baluardo a protezione degli alleati sono diventate un fattore di vulnerabilità. «Speriamo in una svolta diplomatica. Non vogliamo un’altra fase di scontro nella regione, ma siamo preparati al peggio», ha detto Anwar Gargash, consigliere del presidente emiratino Mohammed Bin Zayed.
Gli Stati uniti hanno dispiegato forze necessarie a un attacco, Israele ha completato i preparativi sia offensivi sia difensivi. Gli iraniani hanno chiarito che qualsiasi attacco scatenerà una risposta senza linee rosse e senza limiti geografici. La posta in gioco è così alta che lo sforzo diplomatico è senza precedenti. «Data la delicatezza e la gravità della situazione attuale, le consultazioni e le discussioni sono molto intense», ha confermato il capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi.
La guida suprema Mojtaba Khamenei ha «conferito alcuni poteri al governo» per negoziare: il solo annuncio del presidente iraniano Pezeshkian è bastato a far scendere il prezzo del Brent dell’8%, a 104 dollari. I mercati credono in un accordo, o meglio ci sperano. Una intesa ad interim che avvii una de-escalation non è esclusa, perché nessuno dei due belligeranti ha realmente interesse a una ripresa della guerra, ma la testardaggine di entrambi e calcoli politici errati potrebbero spezzare il filo sottile su cui si muove il negoziato. Gli iraniani insistono che questa volta gli americani dovranno fare concessioni non revocabili prima di riaprire Hormuz e parlare di nucleare: significa non solo rimuovere le sanzioni sul petrolio che possono essere reintrodotte ma restituire almeno una parte dei soldi bloccati all’estero, a cominciare dai sei miliardi fermi in Qatar.
Washington invece non vuole un memorandum bis, una intesa che non contempli il nucleare: chiede a Teheran di aprire agli ispettori dell’Aiea e di trasferire l’uranio già arricchito al 60% all’estero e diluirlo, in Iran o in un paese terzo. Teheran rifiuta. Dietro le quinte, si muovono le altre potenze. Ieri il capo del consiglio di sicurezza iraniano, Mohsen Rezaei, su cui gli americani ora puntano per arrivare a un accordo, ha parlato con Putin mentre il suo vice Ali Bagheri Kani era in Cina. Pechino e Mosca sono state spesso invocate come possibili garanti di una intesa, entrambe non hanno mai smesso di dare supporto a Teheran. Per la Russia e la Cina un’altra guerra non è una prospettiva desiderabile, ma ancora meno lo è quella di un’America vittoriosa nel confronto con l’alleato iraniano.