Quei venti di tempesta che agitano il tycoon in attesa delle elezioni

Quei venti di tempesta che agitano il tycoon in attesa delle elezioni

Prima i giudici hanno iniziato a dargli torto, ora le tv si coalizzano per protesta. La Costituzione Usa si prende la rivincita

L'ascolto è riservato agli abbonati premium

2 minuti di lettura

Donald Trump, innamorato da sempre delle telecamere purché amiche, rischia di celebrare i riti frenetici della sua presidenza orfano dei network Usa. Per ripicca, come gli capita ormai in pace e in guerra,


Per capire che aria tira in vista di midterm, iscriviti alla newsletter "C'era una volta l'America" del nostro corrispondente Paolo Mastrolilli. Con focus sui sondaggi e e sui protagonisti.
al governo, è il sentimento comune, nessuna è al sicuro in futuro.


Per capire che aria tira in vista di midterm, iscriviti alla newsletter "C'era una volta l'America" del nostro corrispondente Paolo Mastrolilli. Con focus sui sondaggi e e sui protagonisti.

È segnale di tempi che cambiano, di furia. Il gruppo di cronisti, fotografi e operatori al seguito del presidente, il White House pool creato ai tempi di Eisenhower, anni Cinquanta, lavora anche per le testate che non entrano nello Studio Ovale, o viaggiano sull’Air Force One, con immagini diffuse nel mondo. Cnn avrebbe dovuto riprendere Trump all’Assemblea Generale Onu, la Casa Bianca l’ha esclusa e le altre reti rifiutano di sostituirla. «Nessuna amministrazione deve limitare un’organizzazione giornalistica perché ne contesta il lavoro», comunicano. Rivali acerrimi sulle notizie Ok, ma alleate sulla libertà del mestiere.

Cnn, MsNow e Politico, intanto, citano in giudizio il presidente. Le credenziali dei reporter disattivate senza motivo, sono, per i legali, una violazione del Primo Emendamento sulla libertà di espressione e delle garanzie procedurali sancite dal Quinto. Trump replica, via Truth Social, di non voler assaltare la stampa libera, che dice di «adorare», giusto il «cancro fake news». Il vicepresidente J.D. Vance, in odore di candidatura 2028, gli fa eco, i repubblicani non devono concedere «accesso speciale» alla sinistra.

Lo scontro fra poteri arriva al giudice federale Timothy Kelly, nominato da Trump nel 2017 e già sereno nel 2018 nell’ordinare al governo di restituire il pass a Jim Acosta, veterano della Cnn, espulso dopo un battibecco in sala stampa. Dopo il recente No della Corte Suprema, a maggioranza conservatrice, che ha respinto la richiesta urgente dell’amministrazione di sbloccare, prima delle elezioni di midterm a novembre, le restrizioni al voto postale, Trump sbatte ancora sui fondamenti del diritto liberale: i giudici scelti da un presidente non sono militanti Maga.

Melania Trump, regina del gossip nella capitale, lo intuisce e, con il marito a bandire la Cnn, accredita una giornalista della stessa rete al proprio evento Onu. Mastica una cronista celebre: «East Wing e West Wing, le due ali della Casa Bianca applicano due costituzioni diverse? Guerra in famiglia?».

La posta in gioco supera i pettegolezzi, espellere un giornale perché pubblica notizie sgradite significa arrogarsi il diritto di stabilire quali domande siano, o meno, lecite. Trump, in difficoltà nel Golfo Persico e nei sondaggi per il voto di midterm, sogna feed ufficiali, influencer amici e televisioni disposte a confondere accesso e obbedienza. Non censura notizie alla Putin o Xi, si illude di renderle Doc. Non si aspettava la reazione civile, prima la Corte Suprema, ora le reti concorrenti, le associazioni per il Primo Emendamento, i tribunali ordinari, perfino il cane da guardia conservatore Tucker Carlson che si schiera con il candidato di sinistra in Michigan, El-Sayed. Un contesto imprevisto che scatena Trump: midterm a rischio, consenso a precipizio verso quota 30, record negativo, costo della vita a logorare gli elettori, il Congresso nervoso.

Trump ha fatto autogol, voleva isolare tre redazioni, ha ricompattato il giornalismo, ricordando al paese che il presidente non possiede Casa Bianca, stampa o voto, è inquilino di passaggio, data dello sfratto gennaio 2029. La Costituzione del paese che ha appena festeggiato i 250 anni non è pergamena custodita agli Archivi Nazionali, ma carta viva che, nel momento in cui la si contraddice, torna a imporsi.

La parabola del trumpismo e la sua imponente egemonia sociale non sono esaurite, né i democratici hanno ricomposto le diatribe moderati-socialisti, ma i timori sulla deriva autoritaria degli Usa vengono messi in pausa nel primo giorno d’autunno, stagione ancora lunga e difficile. Mancano all’appello gli oligarchi, miliardari paurosi alla Musk e Bezos. Saranno loro gli ultimi a restare genuflessi.

I commenti dei lettori