Pur di scongiurare la disfatta di Viktor Orbán alle parlamentari ungheresi, la Russia aveva fatto di tutto. Aveva inviato a Budapest una task force di specialisti dell’intelligence militare e persino suggerito di inscenare un attentato nonché inondato i social media di messaggi propagandistici. Ma, stando al sito russo con base a Riga Meduza, anche il Cremlino dava per certa la sconfitta del suo prezioso alleato. Perché avesse cercato in ogni modo di salvarlo, lo aveva spiegato il quotidiano filogovernativo Kommersant alla vigilia: Orbán promuoveva «una posizione unica nel conflitto russo-ucraino».
Orbán, il cavallo di Troia nella Ue
Sotto Orbán, l’Ungheria era un vero e proprio “cavallo di Troia” della Russia nella Ue, garantendole di fatto il diritto di veto in seno al Consiglio europeo, ma anche un canale bancario e contratti energetici. Orbán rallentava le sanzioni anti-Mosca e gli aiuti pro-Kiev. Soltanto un mese fa aveva bloccato il prestito Ue da 90 miliardi di euro all’Ucraina. Ora che il leader d’opposizione Peter Magyar si appresta a prendere il potere, Mosca perde questa sponda. E con essa anche un ponte finanziario ed energetico verso l’Europa.
I legami finanziari ed energetici tra Mosca e Budapest
Sotto Orbán, alcune transazioni tra la Russia ed entità europee venivano effettuate tramite la banca ungherese Otp perché il suo governo chiudeva un occhio. Un’opzione che, con Magyar premier, potrebbe chiudersi.
Alcuni legami energetici, invece, sono troppo stretti perché Budapest possa reciderli di colpo. Nel 2025 ha importato oltre il 90% del suo petrolio da Mosca. Si è inoltre impegnata ad acquistare dal colosso russo Gazprom 7,7 miliardi di metri cubi di gas l’anno fino a fine 2036. E lo scorso febbraio ha avviato la costruzione di Paks II, progetto cofinanziato dall’agenzia nucleare russa Rosatom per dotare la sua unica centrale nucleare di due nuovi reattori.
Anche da premier Magyar non potrà rescindere questi contratti salvo pagare penalità insostenibili per il Paese. Del resto, in campagna elettorale, il leader di Tisza aveva criticato il servilismo di Orbán nei confronti di Putin, ma non la cooperazione con Mosca in generale.
“Ma non è una catastrofe completa”
Ma il danno reale per Mosca resta di natura strategica. Certo, lo smantellamento della “democrazia illiberale” ungherese non avverrà dall’oggi al domani. Dopo 16 anni al potere, il partito di Orbán ha penetrato a fondo le istituzioni, dalla procura generale alla Corte costituzionale. E manterrà il controllo di numerosi media che diffondono narrazioni filorusse. Un riposizionamento di Budapest in seno alla Ue potrebbe infine costringere altri Paesi, come la Slovacchia, a venire allo scoperto a favore di Mosca.
Per questo l’esperto di populismi Michael Toomey ritiene che la vittoria di Magyar non sia «una buona notizia per la Russia, ma nemmeno una catastrofe completa». Ma che l’uscita di scena di Orbán sarà «una spina nel fianco in meno per la Ue» e una in più per la Russia.