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Ostaggi liberi in 72 ore: Paesi arabi in pressing per convincere i miliziani

(reuters)

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Nel piano c’è anche molto di cui non si è – appositamente – parlato e che a larga parte dell’elettorato del premier non piace: Israele si impegna a non annettere Gaza
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TEL AVIV – C’è il rilascio degli ostaggi, vivi e morti, tutti, in tempi rapidissimi. Ma anche il ritiro dalla maggior parte della Striscia, che l’estrema destra in Israele non voleva. C’è la demilitarizzazione completa dell’area e quindi l’eliminazione della minaccia per Israele: però è previsto anche il rilascio di 250 ergastolani e qui molti analisti lo considerano un rischio enorme. Non c’è un ruolo per l’Autorità nazionale palestinese (Anp) nel presente: ma c’è nel futuro, al termine delle riforme richieste. Non è la fine che Benjamin Netanyahu ha promesso a Israele per due anni, quella che è stata presentata ieri sera a Washington: ma è la migliore via di uscita possibile di fronte a un Paese che di guerra non ne vuole più sapere e a un alleato, Donald Trump, che la pensa nella stessa maniera.

Diversi elementi spiegano la soddisfazione che traspariva dal volto del premier. Il primo è il fatto che Trump non abbia ripetuto in conferenza stampa il “no” totale e definitivo all’anness…

TEL AVIV – C’è il rilascio degli ostaggi, vivi e morti, tutti, in tempi rapidissimi. Ma anche il ritiro dalla maggior parte della Striscia, che l’estrema destra in Israele non voleva. C’è la demilitarizzazione completa dell’area e quindi l’eliminazione della minaccia per Israele: però è previsto anche il rilascio di 250 ergastolani e qui molti analisti lo considerano un rischio enorme. Non c’è un ruolo per l’Autorità nazionale palestinese (Anp) nel presente: ma c’è nel futuro, al termine delle riforme richieste. Non è la fine che Benjamin Netanyahu ha promesso a Israele per due anni, quella che è stata presentata ieri sera a Washington: ma è la migliore via di uscita possibile di fronte a un Paese che di guerra non ne vuole più sapere e a un alleato, Donald Trump, che la pensa nella stessa maniera.

Diversi elementi spiegano la soddisfazione che traspariva dal volto del premier. Il primo è il fatto che Trump non abbia ripetuto in conferenza stampa il “no” totale e definitivo all’annessione della Cisgiordania pronunciato nei giorni scorsi: e anzi, abbia detto di aver preso atto del fatto che Netanyahu si oppone alla nascita di uno Stato palestinese. Il secondo è che all’Anp di Mahmud Abbas non sia stato affidato nessun ruolo per il momento: il governo palestinese potrà dire la sua sul destino del suo territorio solo dopo una profondissima riforma. E solo dopo essere passato al vaglio di un organismo transitorio che per Israele conta su due nomi di garanzia: quello di Trump, che lo presiederà, e quello d Tony Blair, considerato più amico di Israele che non dei palestinesi.

Un altro elemento centrale, per come la vede Netanyahu, è che da ieri Hamas non è più un problema solo di Israele: lo dice il lungo elenco di Paesi che – uno per uno – Trump ha ringraziato e di fatto chiamato a fare da garanti. Dalla Giordania all’Egitto, alle potenze del Golfo, fino alla lontana Indonesia, il più grande Paese musulmano del mondo: a tutti Trump ha prospettato l’ingresso in quella bolla di prosperità e sicurezza che per lui sono i Patti di Abramo. A condizione, è chiaro, che il Medio Oriente sia stabile e dunque che Hamas sia sotto controllo. Infine, l’ultimo elemento fondamentale per Israele: il rilascio di tutti gli ostaggi.

Ma nel piano c’è anche molto di cui non si è – appositamente – parlato e che a larga parte dell’elettorato del premier non piace: Israele si impegna a non annettere Gaza. Non solo: la popolazione non sarà costretta ad andare via e non ci sarà spazio per il ritorno delle colonie che gli alleati di estrema destra di Netanyahu sognavano. Ancora, è prevista la liberazione dei detenuti di massima sicurezza e di altre 1.700 persone arrestata a Gaza in questi mesi. Nonché – e sarà uno dei punti più difficile da far digerire, in Israele – l’amnistia per i leader di Hamas che accetteranno l’esilio. E infine, la proposta Trump lascia aperta la porta a un accordo di lungo periodo fra Israele e palestinesi che – soprattutto visto il coinvolgimento dei Paesi arabi – solo su una qualche forma di Stato palestinese potrà basarsi. Questo, nelle settimane passate, sia gli Emirati arabi uniti che l’Arabia Saudita che il Qatar lo hanno ribadito.

Che per Netanyahu questa non sia una vittoria al 100% lo dimostrano i movimenti che ci sono stati nelle ultime 24 ore qui in Israele: diversi gruppi vicini al premier si sono espressi contro il piano. Fra gli altri lo Yesha Council, l’organizzazione ombrello che rappresenta i 500mila coloni israeliani che vivono nella Cisgiordania occupata. E poi il War Injured Forum, che rappresenta alcuni dei feriti delle guerre di questi anni e il Din Vatzedek Forum, la frangia più conservatrice delle famiglie che hanno perso qualcuno al Nova party il 7 ottobre 2023. La loro voce sarà al centro della riunione di governo che si terrà stasera a Tel Aviv.

In attesa che si faccia sentire un’altra voce, a questo punto la più importante di tutte: quella di Hamas. Chiamata in queste ore a fare lo stesso tipo di valutazione sui punti positivi e quelli negativi che Netanyahu ha fatto nei giorni scorsi.

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