TBILISI – Scontro durissimo in Armenia tra governo e Chiesa gregoriana: il premier Nikol Pashinyan ha accusato il catholicos (massima autorità spirituale, ndr) Karekin II, di avere una figlia segreta. L’attacco arriva all’apice di un lungo conflitto tra autorità secolari ed ecclesiastiche del Paese del Caucaso, dove il prossimo anno si terranno elezioni parlamentari chiave.
Un voto che determinerà il corso interno e il posizionamento geopolitico di Erevan: se Pashinyan ha avvicinato l’Armenia a Washington e a Bruxelles, le opposizioni – tra le cui fila, di fatto, milita la leadership religiosa – intendono restaurare l’alleanza di ferro con Mosca, minata recentemente, in particolare ma non solo, a causa dell’inazione russa nel contesto del conflitto con Baku sul Nagorno Karabakh.
«Se si scoprisse che Karekin II ha effettivamente violato l’obbligo di celibato e ha avuto un figlio non potrà restare il catholicos di tutti gli armeni», ha scritto il 1 giugno il politico su Facebook. «Sollevo la questione come seguace della Chiesa apostolica armena, poiché vedo una minaccia alla sicurezza spirituale, e come primo ministro, poiché vedo una minaccia alla sicurezza dello Stato».
Il post delle polemiche
Il 29 maggio Pashinyan aveva detto, durante una seduta del governo, che le chiese in Armenia sono «simili a dei ripostigli», sostenendo che al loro interno vengono accantonate cose inutili e «spazzatura». E il giorno successivo, rispondendo alle numerose critiche ricevute, ha pubblicato un post dai toni così sconvenienti che tanti hanno creduto che la pagina ufficiale del primo ministro fosse stata hackerata: «Reverendissimo, continua a s...ti la moglie di tuo zio, che cerchi da me?». Non è certo a chi si riferisse Pashinyan, che ha però fugato ogni dubbio sulla paternità dell’ingiuriosa frase continuando a lanciare attacchi nella medesima direzione: «Tutti i religiosi che hanno infranto il voto di castità», si legge in un altro post, «devono abbandonare il clero. La vita privata delle persone non è affare di nessuno ma il popolo ha diritto di avere una Chiesa radicata nei valori spirituali e morali».
Pubblicazioni dello stesso tenore sono apparse sui social media di altri membri dell’esecutivo e persino della first lady Anna Hakobyan: «I principali pedofili del Paese sono andati fuori di testa per il termine “ripostiglio”. Beh, certo, i ripostigli rappresentano gli angoli bui delle vite di questi pazzi in tonaca nera. Proprio lì mettono in pratica le loro perversioni».
Il premier e i controlli
Attacchi che sembrano preparare il terreno a mosse concrete. Nell’ambito dell’accusa a Karekin II, le cui foto della presunta figlia sono circolate su oscuri siti web filogovernativi, il premier ha domandato chiarimenti alla Chiesa annunciando ulteriori controlli. Più esplicito il post in cui ha affermato che lo Stato «deve avere la voce decisiva nell'elezione dei catholicos. I candidati devono sottostare a verifiche. La questione va risolta una volta per tutte». La Chiesa apostolica armena, in una nota ufficiale, ha biasimato la «vergognosa campagna» dell’esecutivo, rilevando come «le questioni ecclesiastiche sono risolte in conformità con i canoni della Chiesa, e sono al di fuori della giurisdizione dello Stato». Numerosi esperti hanno definito le istanze di Pashinyan come una seria minaccia all’ordine costituzionale: la Carta armena stabilisce l’autonomia della Chiesa, assegnandole il ruolo di custode dell’identità nazionale.
Le tensioni pregresse
I rapporti tra il governo e la Chiesa gregoriana sono tesissimi fin dalla seconda guerra del Nagorno Karabakh, nel 2020, quando Karekin II si è unito alle opposizioni che chiedevano le dimissioni di Pashinyan, additato come responsabile della sconfitta contro gli azeri. Da quel momento le relazioni non hanno fatto che peggiorare, toccando il punto più basso nel 2023, quando Baku ha terminato il lavoro iniziato tre anni prima ottenendo la piena sovranità, fino ad allora posseduta solo de iure, sul territorio a maggioranza armena, spingendo l’intera popolazione autoctona alla fuga sotto la minaccia dell’esercito, mentre le forze di peacekeeping russe si limitavano a osservare.
La Chiesa apostolica armena denuncia senza sosta le concessioni unilaterali di Erevan all'Azerbaijan, nel contesto di negoziati per un trattato di pace in cui Baku ha il coltello dalla parte del manico. E un religioso, l’arcivescovo Bagrat Galstanyan, ha guidato partecipate proteste antigovernative la scorsa estate.
La popolarità di Pashinyan – impegnato in un progetto di rivoluzione della società che chiede ai cittadini di fare tabula rasa del passato, simboleggiato dal Nagorno Karabakh, e di concentrarsi sulla messa in sicurezza e lo sviluppo economico della «vera Armenia» – è in costante calo. Eppure, il premier beneficia dell’assoluto discredito in cui versa l’opposizione. La minaccia alla sua rielezione, è chiaro, l’ha individuata nella potente Chiesa. Ma l’audace tattica potrebbe ritorcerglisi contro.