Siria, evasi dal carcere dopo il terremoto 20 terroristi dell'Isis
di Daniele Raineri , di Daniele RaineriIeri venti prigionieri che appartenevano allo Stato islamico hanno approfittato del terremoto e sono evasi dal carcere di Rajo, vicino a Afrin, in una zona della Siria a ridosso del confine turco e controllata da milizie filo turche. Il gruppo terrorista sfrutterà questi giorni di emergenza e di caos dopo la catastrofe per spostarsi attraverso i numerosi confini che attraversano la regione disastrata, per sfuggire ai controlli e per facilitare altre evasioni dalle prigioni.
Da quando lo Stato islamico ha perso il controllo del suo territorio fra Iraq e Siria all’inizio del 2019, un suo network clandestino si è nascosto nella regione a cavallo fra Turchia e Siria. E’ lì che nel giro di soli tre anni sono morti due cosiddetti “califfi”, i leader supremi del gruppo. Abu Bakr al Baghdadi è stato trovato e ucciso dalle forze speciali americane nell’ottobre 2019 a Barisha, a pochi chilometri dal confine, dopo essere sfuggito a…
Ieri venti prigionieri che appartenevano allo Stato islamico hanno approfittato del terremoto e sono evasi dal carcere di Rajo, vicino a Afrin, in una zona della Siria a ridosso del confine turco e controllata da milizie filo turche. Il gruppo terrorista sfrutterà questi giorni di emergenza e di caos dopo la catastrofe per spostarsi attraverso i numerosi confini che attraversano la regione disastrata, per sfuggire ai controlli e per facilitare altre evasioni dalle prigioni.
Da quando lo Stato islamico ha perso il controllo del suo territorio fra Iraq e Siria all’inizio del 2019, un suo network clandestino si è nascosto nella regione a cavallo fra Turchia e Siria. E’ lì che nel giro di soli tre anni sono morti due cosiddetti “califfi”, i leader supremi del gruppo. Abu Bakr al Baghdadi è stato trovato e ucciso dalle forze speciali americane nell’ottobre 2019 a Barisha, a pochi chilometri dal confine, dopo essere sfuggito alla caccia per nove anni. Nel febbraio 2022 il suo successore, Abu Ibrahim al Quraishi, ha fatto la stessa fine ad Atmeh, sempre a ridosso del confine e a soli venticinque chilometri di distanza da Barisha. Sono due casi che sono diventati notizie internazionali e raccontano una realtà più generale: migliaia di appartenenti allo Stato islamico infestano ancora con discrezione quell’area e tentano di diventare di nuovo rilevanti – che vuol dire pericolosi.
Il dossier Stato islamico è passato in secondo piano, ma il gruppo è ancora attivo. Soltanto a gennaio le forze speciali americane hanno fatto dieci operazioni sul terreno in Siria assieme ai curdi, hanno arrestato 198 persone accusate di essere membri del gruppo e ne hanno ucciso due.
La zona del confine è anche punteggiata da decine di prigioni che contengono altre migliaia di affiliati e la loro liberazione è diventata un’ossessione per il gruppo. Le operazioni contro le prigioni e i campi di detenzione sono frequenti anche in tempi normali. A dicembre lo Stato islamico ha attaccato il carcere di Raqqa, a settembre e novembre ha tentato di entrare nel campo di al Hol, che contiene decine di migliaia di prigionieri, a gennaio era riuscito a liberare centinaia di combattenti dal carcere di Hasake. L’idea alla base di queste operazioni è che i veterani chiusi in cella valgono di più, per la loro esperienza e per il loro fanatismo, delle nuove reclute. Il sisma di ieri facilita questa campagna.
Lo Stato islamico sarà facilitato anche negli spostamenti, che nella regione sono molto difficili perché si passa da un territorio controllato dai curdi a uno controllato dal regime a un terzo controllato da gruppi ribelli che sono molto ostili ai combattenti dell’Isis per ragioni ideologiche a un quarto infine controllato dalle milizie della Turchia. In questi anni gli affiliati al gruppo hanno adottato molti espedienti per passare i controlli, hanno vissuto una doppia vita con identità normali – ben rasati e con documenti in regola – oppure si sono nascosti bene. Per uccidere il portavoce del gruppo nel 2019 un drone americano mirò a un cassone di metallo nascosto sotto un camion, che era usato per contrabbandare l’uomo dall’area in mano ai curdi all’area in mano alle milizie filo turche.