Gli 80 anni di Bruno Arcari, il guerriero silenzioso del ring. "Ha fatto tanto per l'Italia, ora dategli il vitalizio"

Bruno Arcari
Bruno Arcari 
Uno dei più grandi pugili italiani di ogni epoca è in precarie condizioni di salute. L'appello dell'ex presidente federale Franco Falcinelli: "E' giusto che abbia il contributo previsto dalla legge Onesti per meriti sportivi. Il sottosegretario allo sport Valentina Vezzali è al corrente della situazione"
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“Vincitore di Bruno Arcari”. Franco Colella, pugile negli anni sessanta: carriera onesta, nessun titolo, più bassi che alti. Ebbe l’idea dell’inciso sul suo biglietto da visita. “Vincitore di Bruno Arcari”, fa pensare a uno splendido western in bianco e nero, ‘L’uomo che uccise Liberty Valance’. Un senatore (James Stewart) torna nei luoghi in cui divenne famoso per aver battuto a duello un fuorilegge e svela dopo tanti anni che a sparare era stato un altro (John Wayne). Insomma, non aveva ucciso Liberty Valance, come del resto Franco Colella non ha battuto Bruno Arcari. In realtà nessuno ha battuto Bruno Arcari. Chi ci è riuscito, ma senza gloria, ha solo approfittato del classico Tallone d’Achille, le arcate sopraccigliari di cristallo. Colella avrebbe perso, così come avrebbe perso Massimo Consolati (poi battuto nella rivincita che Colella non concesse mai), nel primo assalto di Arcari al titolo italiano. Così come avrebbe perso Alex Oundo, un keniano che Arcari si trovò di fronte al primo turno dell’Olimpiade di Tokyo nel 1964, dove arrivava come elemento di spicco della nazionale azzurra, e che pensò bene si sostituire ai pugni la testa.

Sul podio dei più grandi

I fatti sono lì a dimostrarlo, solo una freccia nel tallone poteva beffarlo, ma sul piano pugilistico… Imbattuto: settanta vittorie, le due citate ‘non sconfitte’ e un pari. Bruno Arcari compie il 1° gennaio 80 anni: è sul podio dei più grandi pugili italiani di ogni tempo insieme (e usiamo rigorosamente l’ordine alfabetico) a Nino Benvenuti e Duilio Loi. Una parabola iniziata il primo giorno dell’anno del 1942 in Ciociaria, in una zona messa a dura prova dalla guerra e proseguita ancora in fasce a Genova. Vita tosta, anche in tempo di pace: garzone in un negozio di frutta e verdura,  giochicchia al calcio ma spesso finisce per usare le mani più dei piedi. La boxe negli anni Cinquanta se la batte in quanto a popolarità con calcio e ciclismo. Il faro è Duilio Loi. Arcari si ispira a lui, è per imitarlo che entra in palestra e vince lo scetticismo iniziale dei primi maestri. Sui ring  che contano ci arriva a metà degli anni sessanta. Benvenuti è già un divo a trecentosessanta gradi, rilascia interviste, partecipa a show televisivi, presta il suo volto anche al cinema. Arcari è l’esatto contrario: perfetto antidivo, sempre concentrato sul prossimo avversario, senza distrazioni.

Falcinelli: "Ha problemi di salute, giusto assegnargli il vitalizio"

“Ho avuto la fortuna di assistere al vivo a due suoi incontri. Il primo a Vienna contro Orsolics, il secondo a Roma contro Adigue. Due battaglie esaltanti, memorabili nelle quli oltre all'atleta apprezzai l’uomo, il suo carattere di acciaio, la sua capacità di soffrire”, commenta Franco Falcinelli, una vita nella boxe tra ruoli di tecnico azzurro, presidente federale italiano e della federazione europea (Eubc). Arcari attraversa un momento di salute non facile, Falcinelli porta avanti un match da vincere a tutti i costi: “Sono in costante contatto con la figlia Monica, mi ha detto che recentemente ha mandato una ulteriore richiesta al sottosegretario allo sport Valentina Vezzali per fare avere al padre il vitalizio per meriti sportivi previsto dalla Legge Onesti. La federazione dal canto suo ha seguito la prassi, quindi penso che per arrivare alla conclusione positiva della vicenda sia una questione di buona volontà. Arcari ha dato tanto all'Italia, è giusto che l'Italia non lo dimentichi”.

La scalata al Mondiale in una notte romana

I match ricordati da Falcinelli sono due punti di svolta della carriera di Arcari: con l’austriaco Orsolics arriva il titolo europeo dei superleggeri, con il filippino Pedro Adigue, al Palazzo dello Sport di Roma nel 1970, il mondiale. Il match con quest’ultimo è facilmente reperibile in rete, lo consigliamo. Sono quindici riprese di selvaggia bellezza che rappresentano un manifesto della boxe di Arcari, della sua capacità di superare anche momentacci, come un destro micidiale in piena mascella al terzo round. Quel titolo non lo molla più, difendendolo fino al 1974. Tante battaglie, un paio con Joao Enrique, uno di quei brasiliani che al pallone preferiscono i guantoni: non tanti, ma ci sono, vengono in mente Eder Jofre e più recentemente Acelino Freitas. L’ultima difesa contro lo spagnolo Antonio Ortiz, battuto per squalifica: ogni tanto qualcuno ricorda quelle arcate fragili, e allora cerca di colpire con la testa…  Poi l’abbandono della cintura, battuto solo dal peso: sale nei welter, si fa largo anche nella nuova categoria ma non ottiene più la chance di battersi per un titolo, nonostante si fantastichi di una grande sfida con il leggendario José Napoles, uscito malconcio dalla sfida a Monzon nei medi ma un re nel peso inferiore. L’ultimo grande incontro a Milano con Rocky Mattioli, un guerriero di Ripa Teatina (lo stesso paese di Marciano) che si era fatto le ossa in Australia e che, dopo qualche anno, sarebbe a sua volta diventato campione del mondo. Sceso dal ring, l’antidivo ha la meglio sul campione: Arcari si ritira nella riviera di Levante, spegne i riflettori della fama. All’Italia ha dato tanto, ora è doveroso che l’Italia si ricordi di lui.