Cultura

Campiello, Marcello Fois: “Non perdono Mari su Murgia. Anche Pirandello insultò Deledda”

Lo scrittore Marcello Fois

Lo scrittore Marcello Fois

 

Intervista al vincitore del premio che difende l’autrice sarda della quale era grande amico. “Non sono diplomatico e dico quello che penso: si può essere bravi scrittori e brutte persone”

L'ascolto è riservato agli abbonati premium

3 minuti di lettura

«No, non perdono Michele Mari. Michela Murgia era bellissima e niente affatto livorosa. Dedico il premio a lei». Tre mesi dopo il fattaccio di Bisceglie, con lo scrittore Michele Mari che su un van che portava in tour i finalisti dello Strega aveva commentato la fisicità della scrittrice sarda scomparsa nel 2023, è l’amico fraterno Marcello Fois, «sardissimo» anche lui, a vendicarla. Ieri sera ha vinto il Premio Campiello (10 mila euro) con il romanzo L’immensa distrazione. Pubblicato da Einaudi, esattamente come I convitati di pietra, che ha trionfato allo Strega nonostante le polemiche.

Fois, ha avuto sul caso Mari-Murgia le parole che nessuno così duramente aveva finora pronunciato: niente diplomazia, nonostante siate autori della stessa casa editrice?

«La diplomazia non c’entra, non c’è da essere diplomatici: noi abbiamo un dovere deontologico. Dobbiamo sentire la responsabilità di essere persone che hanno un gradino di complessità. Abbiamo il dovere di dimostrare alla gente semplice che non sempre è logico quello che sembra logico. È questo lo scarto degli intellettuali dentro alla società».

Non perdona Mari, ha detto.

«No. Onestamente? No. E mi rendo conto che non è una risposta diplomatica».

Ha ricordato che anche Pirandello aveva avuto parole sgradevoli su un’altra scrittrice che ha citato dal palco e che ama molto: Grazia Deledda.

«Disse per l’esattezza che era troppo brutta per scrivere bene. Si può essere grandi scrittori, e Pirandello certamente lo era, ma questo non significa essere grandi persone. A me piacerebbe che le due cose coincidessero, è proprio una mia questione. Detto questo, Grazia Deledda era una grandissima scrittrice e andrebbe studiata nelle scuole. Ha vinto un Nobel, è stata l’unica italiana nella letteratura. È incomprensibile il fatto che non sia nei programmi».

La vittoria del Campiello – la cerimonia dell’edizione numero 64 per la prima volta è stata celebrata al Palazzo del Cinema del Lido di Venezia – era tutt’altro che scontata. Dopo il giudizio della giuria dei letterati, quest’anno guidata da Roberto Cicutto, a esprimersi è stata la giuria dei lettori, vera peculiarità del premio. Fois ha ricevuto 83 voti (la platea era di 282 votanti) strappando per sole tre preferenze la vittoria ad Alcide Pierantozzi, autore del memoir sulla malattia mentale finalista allo Strega: Lo sbilico, ancora Einaudi, si è fermato a 80 sì e non ha concesso al suo autore la rivincita dopo la delusione estiva. Al terzo posto (54 voti) si è piazzata Elena Varvello con La vita sempre (Guanda). Delusione per Feltrinelli: Valeria Parrella, che dal palco ha citato Regeni, con La ragazzina è arrivata penultima. Il suo romanzo su Giovanna D’Arco come archetipo di ogni giovane donna che si mette di traverso per contrastare il potere ha ottenuto 33 preferenze. Quinto Ermanno Cavazzoni con Storia di un’amicizia (Quodlibet): 32 voti.

Fois pensava di vincere?

«Assolutamente no. Einaudi aveva già ottenuto il Campiello alla carriera (Domenico Starnone, ndr), il premio opera prima (Nadeesha Uyangoda con Acqua sporca) ma stavo ragionando seguendo logiche sbagliate. Sono emozionatissimo e felicissimo».

Parlando del caso Mari ha rivendicato la centralità della parola.

«Ci stiamo abituando a gente che scrive peggio di noi e li chiamiamo scrittori; a gente che dice cose invereconde e li chiamiamo intellettuali; a gente che ripete schemi per i quali noi siamo morti e li chiamiamo politici. Questo è un problema per il nostro Paese».

Se avesse concorso al Goncourt forse si sarebbe battuto contro un romanzo scritto grazie all’IA. Conta l’opera in questo caso?

«No, non lo penso. Con l’IA ho lo stesso rapporto che ho con mio figlio che è nativo digitale. Quando gli chiedo aiuto e protesta gli ricordo che lui sarà digitale ma io gli ho insegnato a fare cose elementari tipo portarsi il cucchiaio alla bocca, lavarsi i denti. L’intelligenza artificiale l’abbiamo fatta noi e le dico: ok, sai fare un sacco di cose. Ma non sei me».

Ma non rischia di far sparire un certo tipo di letteratura?

«Sa come finirà? Ci sarà gente che comprerà libri fatti dagli umani in un altro mercato; gli altri compreranno quelli fatti con il chatbot. Così come oggi c’è chi compra una Mont Blanc e chi prende la Bic: sono penne, certo. Ma non sono uguali».

Il suo romanzo è ambientato in Emilia, sua patria di adozione. Racconta la storia di un uomo che mentre muore ricostruisce la sua storia e, indirettamente, quella del Novecento. Nell’incipit dice che il protagonista nonostante fosse appena morto ebbe la sensazione di svegliarsi. Pensava a Murgia?

«Lei è sempre con me. Il mio romanzo chiarisce che morire non vuol dire andarsene. Se hai fatto una vita di cui valeva la pena parlare, che si può raccontare, evidentemente non te ne sei andata».

I commenti dei lettori