“La fine delle ideologie” è uno slogan tanto fallace quanto superficiale: e altrettanto vischioso da riprodursi imperturbabile da quasi quattro decenni. Fallace innanzitutto perché si conferma, a ogni seria verifica, come menzognero. E, infatti, lungo questo arco di tempo le principali ideologie otto-novecentesche (liberalismo, fascismo, comunismo) si sono riproposte in mille fogge diverse; e oggi mutati alcuni connotati, certamente essenziali, e spesso cambiato il nome, sopravvivono, robuste, in ampie zone del pianeta. Il che, se considerato nel tempo storico della “lunga durata”, si poteva prevedere. Ma ciò che appariva inimmaginabile era che due di quelle ideologie (fascismo e comunismo) potessero reciprocamente ibridarsi. La cosa è veramente stupefacente perché se il rosso-nero evoca i colori del Milan e di decine di altre squadre di calcio e non solo di calcio, il rosso-bruno di questa inedita sub-ideologia è effettivamente una bizzarria cromatico-politica. È un accostamento di assoluti che, solitamente, provoca diffidenza e in alcuni casi vero e proprio dileggio. Si tende quindi a sottovalutarlo, specialmente nelle sue espressioni contemporanee, o a considerarlo tutto sommato l’ennesima espressione di un rinnovato nichilismo. O, più semplicemente, qualunquismo. Eppure, sarebbe un errore fermarsi a questa prima lettura.
Nonostante sia una tendenza nata più di un secolo fa, l’espressione rossobrunismo, per come la conosciamo noi, fu utilizzata a partire dagli anni ’90, con una connotazione precisa: smascherare gli estremisti di destra che si avvicinavano al campo opposto. Metteva in guardia, cioè, da un rischio di travestitismo. Eppure, la genesi di questo fenomeno e la sua evoluzione fino ai nostri giorni è molto più complessa. Questo, potremmo dire, è uno dei moniti iniziali del libro appena pubblicato di Stefano Cappellini, Rossobruni. Quando gli estremi si uniscono per colpire la democrazia (Utet): non si creda che tale supposta bizzarria non ci riguardi. In fondo, sarebbe quasi consolatorio se quel fenomeno riguardasse esclusivamente coloro che, dall’estrema destra, provano una forma di fascinazione per la controparte. Ma la storia del nostro Paese, così come quella della Francia e della Germania, ci restituisce un quadro più composito e inquietante, dove proprio esponenti di primo piano del fascismo erano in origine ex militanti della sinistra e dell’estrema sinistra.
Quello che intendiamo oggi con rossobruno ha a che fare con un’originaria volontà di affossare i sistemi democratici, accusati di indebolire il popolo e frammentarlo, piuttosto che unirlo contro il nemico esterno. «Affinché un problema possa esser definito tale – scriveva Werner Hofmann nella sua Storia delle idee e dei movimenti sociali nei secoli XIX e XX (Mondadori) – occorre che i suoi contorni si siano delineati storicamente». Quanto scriveva Hofmann sulla nascita del socialismo e sulla necessità di collocarlo nel tempo e nello spazio, sembra risuonare anche nel testo di Cappellini: conoscere le ragioni storiche di questa ibridazione ideologica, aiuta a comprenderne le conseguenze e, soprattutto, i possibili pericoli. Come chiarisce subito l’autore, non esiste un’unica definizione del rossobrunismo, ma la sua capacità di resistere nei decenni coincide con le crisi più acute attraversate dalle società democratico-rappresentative. A rafforzarlo è l’equipaggiamento argomentativo di cui dispone: la volontà di far crollare gli apparati di potere, l’individuazione di leader alternativi capaci di consegnare una qualche forma di giustizia al popolo, il consolidamento del consenso tramite la creazione di un nemico esterno e il sistematico utilizzo di teorie cospirazioniste in grado di spostare l’attenzione e la responsabilità verso altro. Non stupisce, quindi, che proprio gli anni ’20 del secolo scorso e di questo abbiano preparato il terreno al rafforzamento di tale prospettiva.
In Francia, patria del fenomeno, alcuni tra i principali esponenti dei partiti fascisti erano ex comunisti. In Germania, i nazionalbolscevichi sostenevano tesi pericolosamente vicine a quelle che avrebbero portato al nazismo. Qui, scrive Cappellini, l’ibridazione fu vissuta in forma più radicale che altrove, quasi pura: i nazionalbolscevichi dichiaravano apertamente di voler unire la rivoluzione comunista con quella nazista. In Italia, Benito Mussolini non fu certo l’unico socialista a diventare fascista: più di un sindacalista rivoluzionario finì infatti nel governo fascista. Come si può notare, il movimento, già allora, andava da sinistra verso destra. E in ognuno di questi paesi, quella corrente di pensiero considerava «la democrazia come il male incarnato e il pluralismo un cancro da estirpare». Non a caso, nella seconda parte del volume, l’indagine si sviluppa proprio a partire dai luoghi di conflitto contemporaneo e a noi prossimi, come il territorio del Donbass, considerato insieme «archetipo e laboratorio rossobruno». La parabola di Ėduard Limonov – resa celebre dal romanzo di Emmanuel Carrère – e soprattutto quella di Aleksandr Dugin vengono assunte come esemplari del modo in cui la sottocultura del rossobrunismo possa tornare rinnovata, pur custodendo le stesse inclinazioni originarie. È Dugin, in particolare, a definire la guerra in Ucraina una guerra santa perché combattuta contro il diavolo – l’Occidente – offrendo così una energica copertura ideologica a Putin nella sua missione di «denazificare» il Paese. E anche qui riemerge il leitmotiv rossobruno: da espressione confinata ai margini della società, essa vede in Putin la possibilità di realizzare la vittoria del popolo contro le élite, «come se solo le dittature potessero garantire al popolo quel benessere e ordine che l’Occidente invece nega».
L’invasione dell’Ucraina costituisce un punto di svolta nei processi che guidano la formazione delle opinioni collettive e del sentimento pubblico. Per molte ragioni, rappresenta un evento capace di distinguere un prima e da un dopo, portando alla luce problemi e sollevando interrogativi che ci accompagneranno a lungo. Così, dopo la devastante sequenza pandemia-guerra, quelle domande si sono presentate in modo concreto e pressante, perdendo ogni aspetto astratto e acquisendo una forte rilevanza politica ed esistenziale. Questo aiuta a comprendere lo stato di smarrimento che si osserva in ampi settori dell’opinione pubblica, specialmente in quelli tradizionalmente vicini alla sinistra.
Il Covid, l’invasione dell’Ucraina nel 2022 e l’attacco di Hamas del 2023 hanno, infine, aperto la strada a un altro cavallo di battaglia del rossobrunismo contemporaneo: il complottismo. E la destra sembra godere su questo terreno di un vantaggio: molte istanze nate sotto l’egida della sinistra– si pensi alle teorie basate sull’anticapitalismo – sono state progressivamente assorbite destra. Perché non è sufficiente sollevare i difetti oggettivi della democrazia, ma è necessario «sostenere che la democrazia non è ciò che appare, che dietro le quinte di ogni sistema democratico c’è un piano per realizzare gli interessi di pochi e negare quelli di molti. Serve dimostrare che la democrazia è un inganno consapevole, una macchinazione che finge di offrire diritti e libertà, mentre invece lavora occultamente a calpestarli».
La mentalità cospirazionista, mescolando la retorica anticapitalista con stereotipi razzisti, antioccidentali e antisemiti ha aperto la strada, per esempio, a chi sostiene che l’immigrazione è un piano deliberato dei gruppi di potere in funzione di una sostituzione della popolazione autoctona. E qui veniamo a un ulteriore elemento, a mio parere, fondamentale del percorso tracciato da Cappellini: la percezione di insicurezza e precarietà che investe strati sempre più estesi della popolazione nelle nostre democrazie e il pericolo che quel vuoto venga colmato da chi vede nell’annullamento dello Stato di diritto una possibile soluzione.
Ken Loach nel suo film The Old Oak analizza lucidamente quel senso di disorientamento che colpisce, soprattutto, gli strati popolari ed ex operai delle nostre città. Il film, ambientato in un ex villaggio minerario del Nord Est dell’Inghilterra, racconta la storia di TJ Ballantyne, il proprietario dell’unico pub rimasto aperto. Le tensioni aumentano quando un gruppo di rifugiati siriani viene accolto nella comunità, impoverita da decenni di declino economico. I clienti del pub sono infastiditi da quella presenza straniera, poiché, come dirà TJ: «cerchiamo tutti un capro espiatorio. Quando le cose nella tua vita vanno male, cerchi qualcuno che si trovi ancora più in basso nella scala sociale di te, così da potergli stare sopra».
Dunque, come si vede, il rossobrunismo non è quell’ircocervo di cui parlò Benedetto Croce a proposito delle teorie liberal-socialiste di Guido Calogero: rivela, piuttosto, una autentica tragedia sociale.
Il libro – Rossobruni di Stefano Cappellini (Utet, pagg. 208, euro 19)