Era atteso a Venezia la settimana prossima: avrebbe dovuto inaugurare sull’Isola di San Giorgio Maggiore la sua ultima mostra, Eroi d’oro, alla Fondazione Cini. E invece stavolta, nell’amata Laguna, Georg Baselitz non arriverà. Il pittore che metteva gli esseri umani a testa in giù è morto a 88 anni. Ha rappresentato i contrasti e le ferite dell’anima tedesca nel secondo dopoguerra. Ma quelle cicatrici sono le stesse dell’Europa di oggi. Nato il 23 gennaio 1938 a Deutschbaselitz, in Sassonia, fin da piccolo assorbe i drammatici resti del nazismo, della divisione e l’ombra della guerra. Quella infanzia di macerie diventa terreno fertile per l’artista che verrà: un pittore ferito e feroce, deciso a non lasciare che le parole – “normalità”, “arte accettata”, “bellezza convenzionale” – dettino il suo percorso.
«Per quanto i tuoi quadri siano belli, mi sono reso conto che è semplicemente impossibile lasciarsi alle spalle tutto questo, nemmeno emigrare è utile – diceva – è così e basta. Il risultato che ne è derivato, il mio modo di lavorare, viene dalla rinuncia a chiamarmi fuori, e, al contrario, dall’adesione completa a questo essere tedesco».
Da giovane studente, passa dalla Germania Est alla Germania Ovest: un ingresso in un mondo esterno che lo sovrasta ma anche lo ispira. In quegli anni vede finalmente l’arte che fino a quel momento era per lui proibita o ignota: «Non sapevo nulla dell’arte moderna, non l’avevo mai vista e così ecco all’improvviso l’espressionismo astratto». Decide di «fare qualcosa che contraddicesse totalmente l’internazionalismo», partendo dalla domanda più scomoda: che cosa significa essere tedeschi in quel momento?
E così Baselitz comincia dipingendo corpi distorti, figure lontane da ogni rappresentazione consolatoria, paesaggi rigidi, soggetti spaventati e spaventosi. Ecco che nasce l’invenzione più celebre del pittore: le immagini capovolte. A chi gliene chiede il motivo risponde semplicemente che è per farsi notare. Ma il suo è anche un invito diretto: «Guarda la forma, guarda la materia», più che il soggetto. La serie degli Eroi, nata durante un soggiorno studio a Firenze nel 1965, resta tra le più sconvolgenti e longeve: una parata disperata del dopoguerra tedesco che lo accompagnerà lungo tutta la carriera. «In realtà quelli non sono eroi – spiegava – ma autoritratti, cloni di un artista nel mezzo di una catastrofe. A quei tempi, dopo il nazismo, la Germania era ancora kaputt, tutto era kaputt, distrutto. L’arte, la letteratura, la musica erano state cancellate. Venendo dalla Ddr, gli Eroi per me erano un’occasione per affrontare il passato, le guerre che avevo vissuto solo parzialmente, le ideologie. All’inizio non erano opere ben accette. Adesso hanno un’incredibile attualità».
Baselitz parlava di sé come di uno che è sempre stato “fuori”, ai margini: «Sono sempre stato un outsider». Se le sue opere vengono criticate, come accade negli anni Sessanta quando la polizia sequestra un dipinto ritenuto osceno, non indietreggia: «Volevo fare quadri cattivi – e penso di farlo ancora». Vuole provocare, scuotere. Ma non per semplice shock: c’è dietro un’intenzione, un mettersi in ascolto di ciò che è scomodo, doloroso, storicamente compresso.
Con il passare degli anni la furia si stempera, ma la tensione non svanisce. Coltiva una relazione costante con l’Italia, nel primo ventennio del Duemila vi espone più volte: al Palazzo delle Esposizioni di Roma, alle Gallerie dell’Accademia e a Palazzo Grimani a Venezia durante le Biennali. A Firenze, al Museo Novecento, è aperta fino al 13 settembre la retrospettiva Avanti!, firmata da Sergio Risaliti.
A Venezia stava per ritornare con figure su fondo oro come icone bizantine, corpi spettrali dipinti con una forza inattesa per un quasi novantenne. Ancora eroi, Eroi d’oro, come recita il titolo della mostra che aprirà il 6 maggio a cura di Luca Massimo Barbero in collaborazione con la Galleria Thaddaeus Ropac. Adesso quei nuovi guerrieri perdenti appaiono come un testamento. E come un ritorno a casa. Se ne rendeva conto lui stesso che per presentare i lavori estremi ha lasciato detto: «Questa serie ha dominato il mio lavoro per molto tempo e lo fa ancora oggi. Ora che sono più o meno alla fine della mia attività pittorica, ho pensato che fosse opportuno trarre una sorta di conclusione».
Nei manuali di storia dell’arte sarà ricordato per sempre come l’uomo che ha fatto salire sulle pareti dei musei figure che urlano, che si piegano, che appaiono al contrario, ma che sono più vere proprio perché ferite, distorte, violate. A testa in giù.