Centonovantadue è un numero che non può accordarsi con l’incidente, il caso, la sfortuna. Neppure può contenere al suo interno una quantità di obiettivi che legittimino il risultato. Indica piuttosto un’intenzione non dichiarata, ma non per questo meno evidente. Centonovantadue è il numero di giornalisti uccisi dall’inizio (quasi due anni fa) del conflitto a Gaza. L’intenzione (che fa dire “uccisi” e non semplicemente “morti”) è di impedire non soltanto a loro, ma a tutti i colleghi per i quali servono da esempio, di fare il loro mestiere. Uno dei più semplici al mondo: andare (o in questo caso stare), vedere con occhi propri o di telecamere e raccontare per immagini o con parole proprie. In breve: testimoniare. Si chiedono testimoni in ogni atto decisivo dell’esistenza delle persone, per un processo, per un matrimonio. E occorre siano qualificati. Questo, in teoria, è un giornalista: un testimone qualificato, con conoscenza dei luoghi, dei precedenti storici, delle lingue. Senza testimoni il giudizio non è possibile, l’atto non è valido, è come se tutto quel che è stato fatto non fosse esistito. E questo è esattamente quel che si vorrebbe far credere eliminando i testimoni giornalisti: che niente sia accaduto, o niente di anomalo, o di inaccettabile, addirittura contrario ai principi del diritto, compresi quelli che si arrampicano sugli specchi per regolare ciò che i diritti calpesta: una guerra.
Per esempio Mariam Dagga, madre di 33 anni, collaboratrice free lance (senza stipendio fisso né contributi o, presumibilmente, assicurazione) dell’agenzia di stampa Associated Press, frequentava abitualmente l’ospedale bombardato per raccontare le storie di bambini simili al suo (fortunatamente allontanato da Gaza mesi fa), senza precedenti malattie eppure morti o in pericolo di vita a causa della fame. Senza la sua testimonianza, che questo possa essere accaduto o continui ad accadere può essere ricondotto a diceria, voce non confermata, propaganda della parte avversa. Può essere, è anzi probabile, che parte del giornalismo si sia piegato alla propaganda, in parte flirti con la diceria, perfino che qualcuno nasconda un’insegna sotto il computer, sia al soldo di una parte.
Centonovantadue? Se bastano tre indizi a fare una prova, le prove sono sessantaquattro. Prove del superamento di un limite che era considerato invalicabile. Di un disprezzo, sempre più diffuso, nutrito dal potere per chi fa informazione, partendo dal livello base di chi rifiuta il dialogo, arrivando al punto di non ritorno di chi considera l’eliminazione un effetto collaterale. In questo tempo la testimonianza qualificata dei giornalisti è stata svalutata, equiparata a quella di chiunque possieda un cellulare e faccia riprese o compili post, annullando il peso della preparazione e dimenticando le possibilità di contraffazione offerte dal web e dall’Intelligenza artificiale. Che cosa resta di una strage che nessuno racconta?
Nel film Oh, Canada Richard Gere, nei panni di un documentarista, tiene una lezione sul significato del reportage fotografico. Mostra il famoso scatto di Eddie Adams conosciuto come L’esecuzione di Saigon. Si vedono il generale di brigata Nguyen Ngoc Loan mentre spara a un vietcong a distanza ravvicinata e l’espressione traumatizzata della vittima cui la pallottola sta per penetrare il cranio: cattura esattamente quel microsecondo. «Grazie a questa foto — dice Richard Gere — quell’uomo continua a vivere». Un’allieva lo corregge: «No, professore: continua a morire». E ha ragione lei. Senza quella testimonianza nelle strade di Saigon o in quel che resta degli edifici di Gaza può essere accaduto tutto o niente. Invece i bambini continuano a morire di fame e continueranno a farlo nei nostri occhi e nelle nostre coscienze se qualcuno avrà la forza di testimoniarlo. A costo di essere il numero 193.