Stretti in un abbraccio, uno accanto all’altro come un’unica famiglia, davanti ai feretri dei loro figli e dei loro mariti avvolti nel tricolore. Così i parenti hanno accolto le quattro vittime dello schianto di giovedì scorso dell’elicottero Chinook, impegnato nell’operazione di pace Eufor Althea in Bosnia-Erzegovina.
Sulla pista è calato il silenzio alle 12,13, quando il C-130 dell’Aeronautica è atterrato all’aeroporto di Ciampino. I militari schierati hanno reso gli onori ai sergenti Simone Ruggia e Claudio Marchesi, e agli appartenenti al corpo militare della Croce Rossa, il tenente Franco Adriano Zecchillo e la sergente Laura Procacci. Un militare ha suonato il Silenzio, sono scese le lacrime. Accanto allo schieramento le più alte cariche dello Stato: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro della Difesa Guido Crosetto, e il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Una mamma ha urlato quando sui carri fun…
Stretti in un abbraccio, uno accanto all’altro come un’unica famiglia, davanti ai feretri dei loro figli e dei loro mariti avvolti nel tricolore. Così i parenti hanno accolto le quattro vittime dello schianto di giovedì scorso dell’elicottero Chinook, impegnato nell’operazione di pace Eufor Althea in Bosnia-Erzegovina.
Sulla pista è calato il silenzio alle 12,13, quando il C-130 dell’Aeronautica è atterrato all’aeroporto di Ciampino. I militari schierati hanno reso gli onori ai sergenti Simone Ruggia e Claudio Marchesi, e agli appartenenti al corpo militare della Croce Rossa, il tenente Franco Adriano Zecchillo e la sergente Laura Procacci. Un militare ha suonato il Silenzio, sono scese le lacrime. Accanto allo schieramento le più alte cariche dello Stato: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro della Difesa Guido Crosetto, e il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Una mamma ha urlato quando sui carri funebri sono state caricate le bare in noce, la moglie di Simone Ruggia non ce l’ha fatta a rimanere in piedi davanti al sarcofago del marito, sposato appena cinque mesi fa. È andata via scuotendo la testa, poi è ritornata sostenuta da una soldatessa. Il presidente Mattarella e la premier Meloni si sono avvicinati ai parenti, agli amici, ai colleghi, infreddoliti e chiusi nei loro cappotti neri. Poi il presidente della Repubblica ha chinato il capo e ha accarezzato ognuna delle quattro bare portate a spalla dai militari sotto un cielo triste, nel giorno del cordoglio nazionale. Le nuvole grigie hanno minacciato pioggia per tutto il giorno in questo inizio di novembre in cui l’inverno ha fatto irruzione all’improvviso.
Sono le 13 quando le auto funebri con i quattro militari partono per un altro viaggio ancora, verso l’ospedale militare del Celio, a Roma, dove viene aperta la camera ardente. Mentre parenti e colleghi arrivano alla spicciolata, all’ospedale di Tor Vergata sul corpo di Laura Procacci viene eseguita l’autopsia. L’ha disposta la procura di Roma che, sull’incidente, ha aperto un fascicolo per disastro colposo, omicidio colposo e lesioni. Alle 18 i quattro militari sono di nuovo insieme nella chiesa della Madonna Salus Infermorum. Sorridono dalle foto incorniciate sistemate sopra il tricolore, accanto alle medaglie e ai baschi. Mancano solo i genitori di Laura Procacci, troppo provati dopo il riconoscimento della figlia. «Laura amava la divisa ma soprattutto amava la pace. Era sempre stata una volontaria. Doveva tornare a casa il 4 novembre e invece sulla porta di casa non arriverà mai più», è quanto la mamma della sergente di Andria, promossa post mortem a sergente maggiore dalla Cri, ha detto a un amico di famiglia.
Si mescolano ricordi, sogni spezzati e dolore davanti alla chiesa dell’ospedale militare. La zia del sergente Claudio Marchesi lo ricorda così: «Era troppo buono, troppo esuberante, era semplicemente troppo». Un collega di Simone Ruggia, con cui lavorava a Viterbo, dice di lui: «Una bravissima persona, un ottimo amico, un ottimo collega». L’ultima volta si erano parlati una settimana fa, poco prima della sua partenza per la Bosnia. «Ci sentiamo con calma, poi ti racconto», gli aveva detto con entusiasmo Simone parlando della missione.
Martedì 3 novembre nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, in piazza della Repubblica a Roma, i funerali solenni. L’ultimo saluto dell’Italia ai suoi militari. Sul suo profilo Facebook Grazia Ruggia, la sorella del sergente Simone, scrive sotto un selfie scattato col fratello: «Abbiamo sempre scherzato sul fatto che fossimo due copie, che fossimo identici sotto ogni aspetto. Non avrei mai immaginato di dover imparare a convivere con un mondo in cui una delle due copie non c’è più».
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