Cronaca

“Quel blitz gestito male”, tre ufficiali indagati per la strage di Castel d’Azzano

“Quel blitz gestito male”, tre ufficiali indagati per la strage di Castel d’Azzano
(ansa)

I comandanti dell’Arma sono accusati di omicidio colposo: nell’esplosione di un anno fa morirono tre carabinieri. L’inchiesta della procura di Verona nasce dall’esposto della famiglia di una delle vittime

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Un’inchiesta parallela a quella principale sulla tragedia di Castel d’Azzano scuote l’Arma. Tre ufficiali dei carabinieri sono indagati per concorso in omicidio colposo plurimo per come venne gestito il blitz al casolare dei fratelli Dino, Franco e Maria Luisa Ramponi. A far scattare l’inchiesta della procura di Verona è stato l’esposto della famiglia di Marco Piffari, morto insieme ai due colleghi Valerio Daprà e Davide Bernardello per l’esplosione del rustico il 14 ottobre del 2025.

I tre indagati sono l’allora comandante della compagnia di Villafranca, Vincenzo Spataro, il tenente colonnello Antonio Sframeli, che comandava il reparto operativo, e il colonnello Claudio Papagno, comandante provinciale dei carabinieri di Verona. I tre ufficiali sono sottoposti anche a un procedimento disciplinare aperto dalla procura generale di Venezia per negligenze e imperizie durante l’operazione. Nella prima udienza davanti a una commissione di disciplina, ieri mattina, i difensori hanno chiesto la sospensione del procedimento proprio perché hanno appreso dell’inchiesta della procura veronese. Un’istanza alla quale si è opposta la procura generale e sulla quale il presidente del collegio si è riservato. Il procedimento è stato rinviato al 15 gennaio 2027. Nel frattempo il processo per i tre fratelli Ramponi, imputati di strage, è iniziato lunedì scorso. E i tre ufficiali che avrebbero dovuto testimoniare, adesso non potranno essere ascoltati proprio perché indagati.

La mattina del 14 ottobre del 2025 i tre fratelli Ramponi si barricarono nella loro casa, satura di gas e benzina sul pavimento, e la fecero saltare in aria. Lo sgombero era stato deciso per espropriare il casolare e sfrattare i tre fratelli. I militari morirono sotto il crollo del tetto. Nell’esposto della famiglia di Marco Piffari si fa riferimento alla «pericolosità» dei fratelli Ramponi «mostrata già in altre tre precedenti occasioni» in cui avevano minacciato l’esplosione della loro proprietà. Quel giorno davanti al casolare c’erano una trentina tra uomini delle forze dell’ordine e soccorritori. E secondo la famiglia Piffari venne «sottovalutato il rischio» dell’operazione, proprio in considerazione dei precedenti episodi. Oltretutto, quella mattina, Dino Ramponi aveva avvertito le forze dell’ordine che aveva aperto le valvole di diverse bombole a gas: «Quando butto dentro il fuoco dal lucernario vi viene tutto sulla testa, noi andiamo all’inferno ma anche qualcuno di voi viene insieme con noi».

Nella denuncia, presentata per mano dell’avvocato Davide Adami, si cita anche l’opportunità di intervenire prima per chi coordinava l’operazione di sgombero «Si poteva procedere al trattenimento dei soggetti (i fratelli Ramponi, ndr) durante le ore diurne, in aree aperte e consentendo la perquisizione in completa sicurezza». Un’opzione che un carabiniere, già durante un sopralluogo il 13 ottobre 2025, aveva prospettato al capitano Spataro quando notò che due dei tre fratelli si trovavano distanti dalla casa. Chiese di anticipare l’operazione e bloccarli. Ma l’ordine dall’alto, gli riferì via radio il capitano, fu di non intervenire. L’irruzione avvenne alle 3,15 della notte tra il 13 e il 14 ottobre 2025 con l’intento di sorprendere i fratelli Ramponi ma Maria Luisa era già sveglia e aprì subito le bombole, pochi secondi dopo ci fu l’esplosione. La famiglia Piffari, nell’esposto contro ignoti presentato nel maggio scorso, si chiede anche perché non si decise per una «negoziazione» invece di quella irruzione.

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