Quasi alla vigilia dell’anno elettorale che coinvolge Parigi e Roma, c’è qualcosa che unisce le due nazioni: un’inedita radicalizzazione del voto per cui vige una notevole incertezza sull’esito finale. La Francia ha un sistema elettorale a doppio turno che molti considerano il migliore. Almeno fino a ieri, in base al vecchio principio per cui nel ballottaggio si tende a sostenere i partiti che si collocano al centro, i più in grado di parlare al vasto elettorato di quanti desiderano stabilità e ordine, evitando il rischio di avventure.
Oggi tuttavia è Marine Le Pen a trovarsi a un passo dall’Eliseo, lei che rappresenta “l’altra destra” contro cui si batté, ricambiata, la destra del generale De Gaulle, il liberatore della Francia occupata. Quel che è peggio, al secondo turno si profila un duello con Mélenchon, il grande populista di sinistra. In poche parole, due personaggi che un tempo erano ai margini del sistema politico, entrambi demagoghi, sembrano oggi i dominatori della scena. …
Quasi alla vigilia dell’anno elettorale che coinvolge Parigi e Roma, c’è qualcosa che unisce le due nazioni: un’inedita radicalizzazione del voto per cui vige una notevole incertezza sull’esito finale. La Francia ha un sistema elettorale a doppio turno che molti considerano il migliore. Almeno fino a ieri, in base al vecchio principio per cui nel ballottaggio si tende a sostenere i partiti che si collocano al centro, i più in grado di parlare al vasto elettorato di quanti desiderano stabilità e ordine, evitando il rischio di avventure.
Oggi tuttavia è Marine Le Pen a trovarsi a un passo dall’Eliseo, lei che rappresenta “l’altra destra” contro cui si batté, ricambiata, la destra del generale De Gaulle, il liberatore della Francia occupata. Quel che è peggio, al secondo turno si profila un duello con Mélenchon, il grande populista di sinistra. In poche parole, due personaggi che un tempo erano ai margini del sistema politico, entrambi demagoghi, sembrano oggi i dominatori della scena. I partiti centristi sono in buona misura dispersi, quantomeno incapaci di farsi valere con gli argomenti tradizionali.
Quanto all’Italia, il modello a doppio turno è stato escluso una volta di più. Ma la logica di fondo non era troppo diversa dallo schema francese. Dire centrosinistra ha voluto dire per anni unire il centro e la sinistra, così da offrire al profilo progressista della coalizione un solido ancoraggio moderato, specie nel campo della politica estera e della difesa.
I governi di Romano Prodi, ma anche quello di Massimo D’Alema, si erano ispirati a questi criteri. E l’avvento di Silvio Berlusconi, prima, e poi di Giorgia Meloni nel 2022, nonostante le aspre polemiche da cui tali esperienze sono state accompagnate, ha conservato il nesso fra il centro e, in questo caso, la destra.
È vero che il quadriennio meloniano, tuttora in corso, è stato definito destra-centro. Ma in concreto la prima presidente del Consiglio espressa da una destra che si collocava fuori del cosiddetto “arco costituzionale” si è mossa lungo un tracciato abbastanza simile a quello dei suoi predecessori. Sia pure con qualche digressione.
Ora la coalizione FdI-FI-Lega-moderati è percorsa da inquietudini e malesseri, tipici delle fasi pre-elettorali, ma la leadership della premier è abbastanza solida da lasciar intendere che l’alleanza è destinata a rimanere compatta: per convenienza, è ovvio, visto che in palio c’è una possibile seconda legislatura al governo. Viceversa, il “campo largo” deve ancora trovare un suo equilibrio.
Matteo Renzi, che parla come il custode del “neocentrismo”, ha spiegato in un dibattito con il francese Édouard Philippe, uno dei possibili candidati moderati, che l’unità di tutte le forze anti-Le Pen è essenziale per sconfiggere l’inossidabile Marine. Renzi ha ragione, in linea generale, ma dimentica che a Parigi è in vigore il doppio turno. Quindi al secondo passaggio Philippe o chi per lui si troverà a raccogliere i consensi di tutto l’arcipelago anti-lepenista. Il problema è al primo turno, dove sopravvivono odi politici e antipatie personali che hanno reso finora poco praticabile l’intesa centrista. Ed ecco avanzare Mélenchon.
È una Francia un po’ italianizzata. E questo nel momento in cui nel centrosinistra nostrano si tenta un rassemblement anti-Meloni in cui prendono posto tutti, tranne Calenda e pochi altri. In questo riunirsi in un unico fronte, i centristi perdono, è inevitabile, buona parte del loro profilo. Dovrebbero riuscire a dimostrare che la scelta di schieramento produce risultati sul terreno dei contenuti, delle cose da fare. Vedremo. Al momento sembra prevalere la spinta radicale, che spesso origina dai 5S di Conte. Tanto è vero che la politica estera e di difesa, ossia non un dettaglio bensì l’architrave della proposta elettorale, è anche il terreno dove manca qualsiasi accordo.