La crisi di governo percuote l'albero della politica e lo trova senza frutti. Una desertificazione dell'offerta che colpisce per primo il centrosinistra, lacerato dalla ferita insanabile tra il Pd e il Movimento Cinque Stelle, ma investe anche il centrodestra, anzi il destra-centro di Meloni, Salvini e Berlusconi.
Il campo che patisce di più l'accelerazione imposta dalle dimissioni di Mario Draghi è tuttavia quello liberaldemocratico e progressista. Le emozioni provocate dal "tradimento" contiano sono ancora forti ed è troppo poco il tempo che ci separa dalle elezioni - appena otto settimane - per pensare, come forse sperano ancora alcuni uomini di frontiera sia nel Pd che nei 5S, che si possa riallacciare un rapporto così compromesso.
La strada per il centrosinistra si fa dunque molto stretta e la gravità della situazione, con la possibilità concreta che l'Italia finisca come l'Ungheria illiberale di Orbán, dovrebbe imporre a tutti i protagonisti un dose aggiuntiva di serietà.
Se il quadro è questo, i personalismi dovrebbero essere banditi. Dietro a una figura come Mario Draghi si sono unite forze politiche molto diverse in una maggioranza di quasi unità nazionale. Adesso il medesimo sforzo si rende necessario a livello di coalizione elettorale: mettere insieme tutti coloro che, in Aula, hanno applaudito il premier riconoscendosi nella sua legacy, fissando così il perimetro di un'alleanza per salvare l'Italia da un destino che appare oggi ineluttabile.
L'operazione è difficile ma non impossibile ed esiste già un esempio virtuoso a cui ispirarsi, quello delle città. Il centrosinistra ha avuto la sua stagione romana, con Rutelli e Veltroni, quella lombarda con Pisapia e Sala, poi fiorentina con Renzi. Adesso si tratta di salire fino a Verona, guardando a quello che ha fatto il sindaco Damiano Tommasi. Un esempio di concretezza e, citando due parole chiave di Gianrico Carofiglio, anche di coraggio e gentilezza. Tommasi ha saputo mettere d'accordo tutti, aprendo a sinistra una inedita stagione di responsabilità.
Ed è questa, responsabilità, l'altra parola indispensabile. Il cardinale Matteo Zuppi l'ha ripetuta molte volte chiudendo quest'anno l'edizione della nostra Repubblica delle Idee a Bologna. E, da presidente della Cei, l'ha ricordata a una politica distratta. "Responsabilità", certo e anche priorità a quell'interesse superiore che "impone di mettere da parte quelli personali, per affrancare la politica da tatticismi incomprensibili e rischiosi per tutti". Una lezione da tenere a mente soprattutto a sinistra e al centro, dove abbondano leader e leaderini con più veti che voti.
Il destra-centro sente di avere il vento in poppa, ma la partita è tutt'altro che chiusa. Tanto più che nemmeno l'appuntamento ravvicinato con le urne riesce a coprire le rivalità interne sulla premiership. Divisi fino a ieri dal governo Draghi, i partiti del destra-centro non sono una coalizione e nemmeno, almeno per ora, un cartello elettorale. Si dovranno spartire i collegi uninominali - 147 alla Camera e 74 al Senato - ma non hanno stabilito un criterio per farlo.
Dovranno decidere un programma comune, ma li divide l'idea di Europa (i sovranisti FdI e Lega contro l'europeista Forza Italia), li divide il sostegno all'Ucraina, che Salvini e Berlusconi non vorrebbero armato e Meloni sì, li divide persino la politica sanitaria, con i forzisti pro vaccini e gli altri due partiti scettici quando non apertamente No Vax e No Green Pass.
L'unica idea forte che accomuna questa sommatoria di partiti è quella di scassare i conti pubblici sul fronte previdenziale e fiscale e rincorrere le richieste di tutte le lobby, dai tassisti ai fortunati titolari di concessioni balneari. In questo tripudio di demagogia ieri non poteva mancare il redivivo Berlusconi, passato dalla promessa di un milione di posti di lavoro di vent'anni fa a quella di un milione di alberi da piantare. Una patina di green non fa mai male.
Per chi può rivendicare con orgoglio l'eredità di Draghi non dovrebbe essere difficile alzare la voce e gridare forte per bucare il muro di cartone di questa propaganda. Ma per cantare insieme bisogna essere un coro, possibilmente non di narcisi.