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Che vuol dire "umanitario"

Piuttosto che auspicare restringimenti che la legge italiana stessa, come dimostrano innumerevoli sentenze dei tribunali di tutta Italia, renderebbe poi inattuabili, bisognerebbe lavorare per costruire reali percorsi di recupero e inserimento di persone oggettivamente fragili, traumatizzate e danneggiate.

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L'aggettivo "umanitario" ricorre sulle labbra di tutti, dopo la diffusione della circolare del ministro dell'Interno, che mira alla limitazione della concessione dei permessi di soggiorno per motivi, appunto, "umanitari". I numeri di questi permessi sono saliti costantemente negli ultimi anni, fino a raggiungere percentuali non irrilevanti: è stato calcolato che nel 2016 nella Ue ne hanno beneficiato 48 mila persone (dati Eurostat). La formula della protezione umanitaria di cui si discute è stata commentata, spiegata e ora è in qualche modo nota: ma si pensa poco al significato letterale del termine. Il cui ambito è più filosofico, etico e sociale che giuridico. Dunque a me pare più utile provare a capovolgere il discorso.

Più che discutere se abbia diritto a questo tipo di protezione minore e residuale chi ha subìto vessazioni nella propria infanzia diseredata in un Paese africano o asiatico, chi è stato torturato in Libia, chi è malato o semplicemente giovane, chi fugge da Stati instabili, dove la violenza è endemica, i diritti nulli, le prospettive di lavoro scarsissime, la precarietà dell'esistenza un dato di fatto, e nemmeno se l'aver iniziato un percorso di integrazione in Italia debba essere premiato, come è stato finora, oppure d'ora in avanti punito per scoraggiare imitazioni, vorrei provare a capire cosa significa per uno Stato - e dunque per noi - concedere oppure offrire protezione umanitaria. E se lo facciamo realmente.

"Umanitario" - recitano i dizionari - significa animato da sentimenti di solidarietà umana; che pensa o opera secondo principi di generosità, carità, amore verso il prossimo, eccetera; che si adopera per promuovere il benessere dell'umanità e si prefigge il miglioramento delle condizioni morali e materiali dell'uomo. Ora, uno Stato che negli ultimi anni ha lodevolmente concesso migliaia di permessi di soggiorno per motivi umanitari dovrebbe poi attuarne le premesse. Cioè premurarsi di essere in grado di realizzare quei miglioramenti delle condizioni morali e materiali degli uomini e delle donne che ha accolto. Quindi, prima di creare una gerarchia delle disgrazie e delle malattie e relativi premi, dovrebbe chiedere a se stesso ciò che chiede al richiedente protezione internazionale. Applicare insomma il principio di reciprocità e condivisione, che è alla base del patto fra loro: il dovere di accertare la veridicità del racconto spetta all'esaminatore come al richiedente.

La valutazione di ogni richiesta di asilo si basa, infatti, su alcuni principi generali, accettati da tutti, per quanto essi possano essere discutibili (e dovrebbero forse esserlo). E cioè: il soggetto deve fare dichiarazioni coerenti, presentare elementi plausibili a supporto delle sue motivazioni ed essere nel complesso credibile.
Altrettanto dovrebbe fare lo Stato, che poi siamo noi. Essere coerente, plausibile e credibile. Nella realtà, invece, è incoerente, poco plausibile e spesso non credibile. A volte delega a operatori non competenti, quando non speculatori, l'assistenza che promette, non applica gli stessi criteri di giudizio, non garantisce le stesse possibilità. Decine di migliaia di persone che hanno ottenuto il permesso di soggiorno biennale per motivi umanitari non entrano nel circuito di accoglienza o ne escono prima di aver trovato un lavoro, un alloggio, una stabilità fisica e psichica di qualunque tipo, finendo abbandonate a se stesse e alimentando negli italiani, testimoni della loro deriva, l'impressione catastrofica di un destino di marginalità sociale e permanente bisogno su cui è facile speculare.

Piuttosto che auspicare restringimenti che la legge italiana stessa, come dimostrano innumerevoli sentenze dei tribunali di tutta Italia, renderebbe poi inattuabili, bisognerebbe perciò lavorare per costruire reali percorsi di recupero e inserimento di persone oggettivamente fragili, traumatizzate e danneggiate. I fondi dell'Ue già alimentano progetti di questo tipo - destinati a vittime della tratta, di schiavitù, tortura, o in stato di disagio psichico - che stanno dando risultati positivi, benché di essi, per ipocrisia e convenienza, poco o per nulla si parli. Solo così la protezione umanitaria - di cui una parte consistente degli italiani si vanta, come fosse nostra specificità, conseguenza dei valori di attenzione verso gli ultimi che la cultura cristiana, quella progressista e comunista ci hanno tramandato - avrà davvero un significato e non sarà, come in fondo è stato finora, un grimaldello giuridico per sopperire all'impossibilità di immigrare legalmente, né la scappatoia dei cuori di fronte all'incontenibile disumanità della storia.
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